TACCUINO #80
PsykoSapiens è l'atto di potenza che nasce dal dolore, l'affermazione dell'individuo che si supera.
1. Introduzione
L’idea di progresso, intesa come avanzamento lineare e cumulativo verso un’ipotetica condizione ottimale, costituisce un costrutto ideologico che riduce la complessità dei processi naturali e storici. Il paradigma evolutivo dominante, che vede la selezione come un meccanismo volto al miglioramento progressivo, ignora la natura intrinsecamente stocastica delle transizioni sistemiche. Questa visione, per quanto funzionale alla costruzione di un senso teleologico, dal mazdeismo all'ultimo vescovo, risulta inadeguata a descrivere la realtà dei processi trasformativi, in cui errore, deviazione e imprevedibilità giocano un ruolo centrale.
Dalle antiche concezioni dualistiche del mazdeismo, che esaltavano la lotta tra forze opposte, fino alle rigidità dogmatiche rappresentate dalle istituzioni religiose più conservative, il percorso storico rivela una successione di ideologie ormai superate. Superamento non accolto.
L’obiettivo di questo taccuino è decostruire la narrazione deterministica dell’evoluzione, mostrando come l’errore non sia una disfunzione da correggere, bensì la matrice dell’emergenza del nuovo. Lungi dall’essere un’anomalia, l’errore costituisce il principio strutturante delle transizioni e delle riconfigurazioni sistemiche. Attraverso una prospettiva che integra epistemologia, biologia evolutiva, teoria del caos e filosofia della scienza, si analizzerà il concetto di devoluzione produttiva, che supera la dicotomia tra progresso e regressione, ridefinendo le logiche del divenire.
Punto di ancoraggio – Contestualizzazione del paradigma: Analogamente a quanto avviene nell’astronomia, in cui la formazione dei pianeti emerge dalla collisione di corpi celesti – un grande masso che, interagendo con un altro, stabilizza la propria configurazione – così la natura umana si articola in reti reticolate di stirpi e linee di sangue, le cui interazioni determinano la genesi di entità caratterizzate da una salute esistenziale ottimale oppure da anomalie strutturali.
Punto di ancoraggio – Critica al determinismo evolutivo lineare: Questa analogia evidenzia come l’evoluzione non sia il risultato di un percorso lineare e cumulativo, bensì il prodotto di dinamiche collisionali e stocastiche, che, attraverso la fusione e la disgregazione dei lignaggi, determinano la formazione di soggetti capaci di aderire alla realtà (e di vicinanza al reale) e, al contrario, di entità manifestamente disfunzionali, quali i narcisisti e i perversi, il cui apparato formativo risulta incompleto.
2. Stocasticità e Determinismo Emergente
2.1 Fondamenti Epistemologici
L’epistemologia della complessità ha messo in discussione l’assunto di un ordine predeterminato nei sistemi biologici e cognitivi, evidenziando il ruolo della stocasticità nei processi di emergenza strutturale. La casualità non è un elemento marginale o accidentale, bensì il principio generativo che permette la formazione di nuovi stati organizzativi per necessità . La vita, l’evoluzione culturale e la struttura della conoscenza non si sviluppano secondo traiettorie predefinite, ma emergono dalla dinamica interattiva di eventi aleatori e processi adattativi.
L'epistemologia della complessità non nega la possibilità di una memoria del sangue e una memoria per mineralizzazione ossea, anzi, le integra in una visione più ampia della continuità biologica e della trasmissione di informazioni al di là del codice genetico.
La stocasticità nei processi di emergenza strutturale non implica il caos assoluto, ma una necessità emergente che si struttura in base a vincoli fisici, biochimici e informazionali. In questo quadro, la memoria biologica non è un semplice deposito statico, ma un processo dinamico di sedimentazione e riattivazione, dove:
- La memoria del sangue potrebbe riferirsi alla trasmissione di informazioni filogenetiche e epigenetiche attraverso linee di discendenza, influenzando predisposizioni, risposte adattative e persino aspetti pre-percettivi del sentire viscerale.
- La memoria per mineralizzazione ossea suggerisce che la struttura ossea possa registrare, attraverso processi chimico-fisici, tracce di stress, esperienze e forse persino configurazioni di informazione che vanno oltre il mero deposito di calcio e fosfati.
Queste forme di memoria potrebbero funzionare come canali di continuità bio-informativa, in cui l’elemento aleatorio si innesta su una matrice materiale predisposta a registrare e trasmettere variazioni nel tempo.
2.2 Dinamiche della Non-LinearitÃ
I sistemi complessi si caratterizzano per la loro natura non-lineare: le loro trasformazioni non avvengono secondo schemi prevedibili, ma attraverso biforcazioni, ristrutturazioni improvvise e rotture critiche. L’ordine non è un principio immanente, bensì una condizione transitoria che si manifesta in determinati stati di equilibrio. L’errore costituisce un fattore strategico in questa dinamica, poiché introduce variazioni che possono favorire il superamento di barriere adattative e la transizione verso nuovi regimi di stabilità .
Punto di ancoraggio – Dinamiche reticolari e sangue come matrice formativa: Le dinamiche evolutive, analoghe all’incrocio di correnti marine, si manifestano nel reticolo del sangue umano, dove l’interazione fra stirpi dinamiche non solo genera entità sanamente configurate, ma evidenzia anche i residui di lignaggi non ottimali, che si traducono in soggetti incapaci di integrare il reale nella loro interezza esistenziale.
Punto di ancoraggio – La casualità come motore della diversificazione: L’incertezza intrinseca e la natura stocastica dei processi evolutivi inducono una biforcazione tra entità evolutive: da un lato, coloro i quali, grazie a una corretta collisione tra tradizione e innovazione, sviluppano la capacità di adattarsi e rispondere al contesto reale; dall’altro, individui quali i narcisisti e i ‘carnefici’, derivati da un’errata ‘collisione’ formativa, restano imprigionati in una staticità distruttiva che ne compromette la completezza.
Osservano il sano senza riconoscerlo, riducendolo a mero oggetto; così, la brutalità che sgorga non si annida soltanto nei gesti visibili, ma si riversa sfociando nella premeditazione fredda, nella sistematicità della distruzione, nella teatralità dell’abuso che si fa rito. Tutto è volto al perverso piacere e al godimento di un misero individuo patetico, incapace di autodominazione, refrattario all’autodeterminazione: sadico, spietato, impotente, ma reale.
3. L’Entropia come Matrice Generativa
3.1 Concetto di Entropia e Trasformazione
L’entropia, intesa non solo come misura del disordine ma come indice della potenzialità esplorativa di un sistema, gioca un ruolo fondamentale nei processi di trasformazione. Nei sistemi biologici, cognitivi e sociali, l’entropia rappresenta il grado di libertà necessario per l’adattamento e l’innovazione.
3.2 Decadimento e Innovazione
L’errore non è un’anomalia da eliminare, bensì il vettore attraverso cui l’entropia si manifesta in forme produttive. Il codice genetico, la struttura delle reti neurali e i sistemi socio-culturali non sono entità statiche, ma architetture in continua riscrittura, in cui mutazioni e anomalie generano nuove possibilità di configurazione.
4. Ermeneutica del Caos: Decifrare l’Errore
4.1 Origini della Complessità Semantica
Il linguaggio stesso si configura come un sistema adattivo, in cui errori interpretativi e slittamenti di significato costituiscono la base evolutiva della conoscenza. La ermeneutica del caos non si limita a decifrare testi, ma esplora la logica attraverso cui il pensiero si ristruttura a partire da discontinuità e anomalie.
4.2 L’Errore come Processo Interpretativo
L’errore non è un fallimento epistemico, ma una strategia euristica che consente l’espansione dei confini del pensabile. La conoscenza non avanza per accumulo lineare, ma attraverso la costante rinegoziazione dei suoi presupposti. Abbandonare l’illusione di una verità stabile significa comprendere che la deviazione e l’incertezza sono le condizioni necessarie per l’innovazione concettuale.
5. Resilienza e Creatività Emergente
5.1 Resilienza come Metamorfosi
La resilienza non è semplice resistenza alle perturbazioni, bensì capacità di ristrutturazione attraverso il trauma e la crisi. In questa prospettiva, la creatività non rappresenta un’eccezione, ma una condizione emergente in cui l’errore e la deviazione diventano i motori della rinnovazione.
Il termine resilienza, oggi inflazionato e abusato in molteplici contesti (psicologia, economia, management, sociologia), ha radici antiche, ma la sua diffusione moderna è relativamente recente.
Etimologia
La parola resilienza deriva dal latino resilire, composto da:
- re- (indietro, di nuovo)
- salire (saltare, rimbalzare)
Il verbo resilire significava dunque "saltare indietro", "rimbalzare", "ritrarsi", "ritornare in sé dopo un urto". È un verbo che indicava sia un movimento fisico sia una reazione figurata, come il sottrarsi rapidamente a un pericolo o il recupero da una difficoltà .
Filologia e Storia del Termine
Il passaggio di resilire in lingue moderne è rimasto marginale fino all'uso tecnico-scientifico, dove ha trovato terreno fertile.
1. XVI-XVII secolo (Lingua Latina e Scienze Naturali)
Il termine viene utilizzato in testi latini per indicare il rimbalzo di un corpo elastico o il riflusso dell'acqua.
2. XVIII-XIX secolo (Fisica e Ingegneria dei Materiali)
- Il termine resilience appare in inglese nel XVII secolo con il tal Francis Bacon, riferito alla capacità di alcuni materiali di tornare alla forma originaria dopo una deformazione.
- Nel cosiddetto Ottocento, resilience diventa un termine tecnico nell’ingegneria dei materiali, descrivendo la capacità di un metallo o di un corpo elastico di assorbire energia e tornare allo stato iniziale dopo uno stress meccanico.
3. XX secolo (Psicologia e Scienze Sociali)
- A partire dagli anni ’50-’60, il termine inizia a essere adottato nella psicologia per descrivere la capacità di un individuo di superare traumi e difficoltà .
- Dagli anni ’90 in poi, il termine esplode nei campi della sociologia, dell’ecologia, dell’economia e della gestione del rischio, diventando una buzzword onnipresente.
La resilienza nasce come un concetto fisico e ingegneristico legato ai materiali, ma viene poi traslata metaforicamente alla psicologia e ad altri ambiti. Il suo abuso attuale ha svuotato il termine di parte del suo significato originario, trasformandolo in una formula generica per indicare capacità di adattamento, resistenza e superamento delle difficoltà , spesso con una connotazione edulcorata e funzionale alla narrazione dominante del "superamento degli ostacoli" a ogni costo.
5.2 Esiti dell’Errore nella Dinamica Creativa
L’errore è alla base di processi innovativi in molteplici ambiti:
- Mutazioni genetiche: la biodiversità è il prodotto di mutazioni spesso casuali, alcune delle quali si rivelano vantaggiose per la sopravvivenza.
- Rottura delle convenzioni artistiche: correnti come il surrealismo e il decostruttivismo hanno trasformato il difetto in una strategia creativa.
- Progresso scientifico: la falsificazione delle teorie consolidate costituisce il meccanismo principale di espansione della conoscenza.
Punto di ancoraggio – Resilienza come metamorfosi dinamica: Nel contesto della resilienza, l’analogia con il fenomeno di collisione planetaria si fa esplicita: il processo di ‘resilire’ implica una capacità intrinseca di trasformazione e riordino, parallela al meccanismo per cui la fusione di corpi celesti stabilizza nuove configurazioni, producendo entità evolutive ‘sane’ e funzionali al reale.
Punto di ancoraggio – Implicazioni evolutive dei residui non ottimali: D’altro canto, l’assenza di questa capacità dinamica – come nel caso delle stirpi formatasi in maniera incompleta – si traduce nella manifestazione di individui intrinsecamente disadattivi, i cui tratti, segnati da una mancata collisione evolutiva ottimale, rivelano il residuo di lignaggi ‘non-enti’, incapaci di integrarsi pienamente nella trama della realtà .
6. Devoluzione e Transizioni Evolutive
6.1 Il Superamento della Linearità Evolutiva
L’evoluzione non segue una traiettoria ascendente, ma esplora un pluriverso di configurazioni in cui l’errore assume un ruolo chiave. La devoluzione produttiva suggerisce che la regressione apparente, la perdita di funzionalità e la mutazione disadattiva possano rivelarsi funzionali alla sopravvivenza e all’innovazione.
6.2 Nuovi Modelli di Adattamento
La selezione non opera attraverso il perfezionamento lineare, ma attraverso transizioni multiple che implicano perdita, degenerazione o ricombinazione di tratti. Questo significa che lo sviluppo di un sistema non è mai univoco, ma segue molteplici traiettorie possibili.
Consideriamo il caso delle specie animali in ambienti estremi, dove una riduzione apparente delle funzioni può, paradossalmente, portare a un’innovazione adattativa, trasformando una 'regressione' in un nuovo equilibrio funzionale.
Punto di ancoraggio – La devoluzione produttiva come esito della collisione evolutiva: La teoria della devoluzione produttiva, che si oppone al paradigma del progresso lineare, si avvale delle analogie succitate: l’interazione tra masse biologiche – quando non produce una sintesi ottimale – conduce a transizioni evolutive in cui l’errore diventa segno distintivo della non-ottimalità , evidenziando la frammentazione del ‘vero ente’ in soggetti incapaci di aderire al reale.
Punto di ancoraggio – Critica alle stirpi non ottimali: In questo quadro, i soggetti quali i narcisisti, i perversi e gli altri ‘non-enti’ rappresentano il risultato di una fusione evolutiva incompleta, in cui le dinamiche reticolari non hanno saputo convergere verso una sintesi completa, lasciando in eredità strutture cellulari e simboliche ‘non ben formate’ e dunque predisposte a una deviata capacità di trasformarsi e integrarsi nel tessuto della realtà .
7. Conclusione
Questo taccuino ha esaminato il ruolo dell’errore nei processi evolutivi, epistemologici e culturali, mostrando come l’apparente imperfezione costituisca il principio organizzatore della trasformazione. Abbandonare il paradigma del progresso lineare significa riconoscere che l’indeterminatezza e la deviazione non sono anomalie, ma le condizioni essenziali dell’esistenza e del divenire.
Punto di ancoraggio – Sintesi del paradigma evolutivo e implicazioni esistenziali: Il paradigma evolutivo, ispirato al meccanismo di incrocio di correnti o l’intreccio di filamenti, attraverso una visione fluida e dinamica, dimostra che l’evoluzione umana è il prodotto di interazioni reticolari, in cui la ‘collisione’ fra stirpi capaci e stirpi disfunzionali determina il grado di completezza esistenziale degli individui. Tale prospettiva invita a rivalutare il ruolo dell’errore e della devoluzione come fattori imprescindibili per la formazione di entità che, integrando o meno il reale, si configurano come testimoni della complessità e della molteplicità delle possibili traiettorie evolutive.
Punto di ancoraggio – Implicazione del paradigma per la comprensione della realtà : Abbandonare la visione teleologica e lineare dell’evoluzione implica riconoscere che ogni collisione – intesa sia in senso cosmico che umano – porta con sé la possibilità di un rinnovamento creativo o, in mancanza di un’adeguata integrazione, il segno indelebile della non-ottimalità , testimonianza della pluralità e dell’incertezza insita nei processi trasformativi.
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INTEGRAZIONE PRIMA
Se resilienza implica la capacità di rispondere agli urti, riorganizzarsi, e continuare nella propria traiettoria, allora il suo contrario non è la "fragilità " (come spesso si banalizza nel linguaggio moderno), ma una vera e propria incapacità di movimento ontologico, una paralisi che si traduce in sterilità dell’essere.
Il Narcisista, il Carnefice, l'Incapace, il Non-ente
Se l’uomo è un ente razionalizzante, e non un ente realmente razionale (giacché la ragione non è che una post-produzione dei fatti), allora colui che non ha accesso nemmeno a questa razionalizzazione di secondo livello è doppiamente mutilato:
Egli non solo manca di un pathos, di un sentire viscerale che gli permetta di percepire la realtà senza filtri, ma è anche privo della capacità di riconfigurarsi, di tornare su di sé per trovare una traiettoria coerente. Le nostre osservazioni, condotte nel corso di anni, si qualificano come dimostrazione prima.
1. L’uomo non è un ente realmente razionale, ma razionalizzante (ente che razionalizza)
- Se l’uomo fosse un ente realmente razionale, la sua ragione sarebbe uno strumento primario, capace di operare in tempo reale sulle cose, senza mediazioni e senza distorsioni.
- Invece, il cosiddetto uomo è razionalizzante, ovvero non pensa in modo immediatamente razionale, ma elabora a posteriori ciò che accade, cercando di attribuirgli un significato (e poi senso - direzione -).
- La razionalità , quindi, non è un principio originario dell’uomo, ma una costruzione successiva: un processo di post-produzione dei fatti, non una guida in tempo reale.
2. La ragione come post-produzione dei fatti
- Questo implica che l’uomo prima agisce e solo dopo giustifica le sue azioni: azione - pensiero - azione (TACCUINO #9)
- La ragione non precede e non determina il comportamento umano in modo autonomo, ma si attiva dopo, trovando spiegazioni, schemi e narrazioni ex post.
- La razionalizzazione è quindi un tentativo di dare ordine retroattivamente a un mondo che è, in sé, caotico e privo di significato intrinseco (e di senso intrinseco).
3. La doppia mutilazione di chi non razionalizza
- Se la razionalizzazione è già una forma di adattamento di secondo livello (giacché non è un pensiero realmente razionale, ma solo un riadattamento post-facto), allora chi non vi accede nemmeno è ancora più svantaggiato.
- Questa persona sarebbe doppiamente mutilata:
1. Primo livello di mutilazione → Non è realmente razionale, come tutti gli esseri umani.
2. Secondo livello di mutilazione → Non riesce neppure a razionalizzare, ovvero a costruire una narrazione compensativa per dare significato ai fatti.
- Senza nemmeno questo secondo livello di elaborazione, egli è immerso in un flusso di eventi caotici senza la possibilità di elaborarli, interpretarli o giustificarli, restando "puro" impatto, "pura" esposizione alla realtà .
In sintesi, l’essere cosiddetto umano non pensa in modo puro e razionale, ma post-ragiona, cercando di dare ordine ai fatti in un secondo momento, sull'elaborazione del pensiero pensato. Chi non ha accesso nemmeno a questo strumento di auto-inganno è ancora più vulnerabile, esposto senza difese al caos della realtà .
- Realtà → È ciò che l’individuo costruisce nel proprio mondo, una struttura elaborata dalla mente, filtrata dalla percezione, dalla memoria, dal linguaggio e dalle razionalizzazioni. È ciò che organizziamo per dare un significato al caos dell’esistenza.
- Reale → È ciò che sfugge, ciò che esiste indipendentemente dalle nostre costruzioni, ma che non possiamo afferrare completamente. Il Reale è inassimilabile, eccede ogni struttura di comprensione.
Il narcisista, il carnefice, il fallito e l’incapace – gli individui 'non-enti' – non si distinguono tanto per una carenza di intelligenza pragmatica (azione dell'intelligere pratico), quanto per una staticità ontologica: una condizione di inerzia e ripetitività che li rende incapaci di trasformarsi e di integrarsi dinamicamente nel flusso della realtà . Sopravvivono immobili, inerti, ripetitivi, automatici, incapaci di resilire. Si direbbe: stupidi in senso filologico.
L’assenza di una capacità di rinegoziazione interna, osservabile in tali soggetti che rifiutano l’adattamento alle dinamiche emergenti, evidenzia la staticità ontologica. Questa rigidità , che si manifesta nella ripetitività comportamentale e nella mancanza di un percorso di auto-rinnovamento, può essere interpretata come una forma di 'morte in vita'. (TACCUINO #1)
Tale tesi trova riscontro nella letteratura socioculturale, che sottolinea come l’incapacità di evolversi rappresenti una limitazione non solo dell’individuo, ma dell’intera comunità in termini di crescita e innovazione.
Sono esseri senza movimento reale. Vibrano solo per interazioni esterne, come carcasse di plastica nel vento, ma non hanno una vera sostanza generativa, né una direzione.
Se l’essere umano è biologicamente uno strumento di sangue, ovvero un punto di trasmissione della filogenesi, allora questi soggetti sono "privati del sangue", privati del codice autentico dell’esistenza. Il loro apparato neuronale, il loro cuore, il loro stesso organismo è tarato su una distorsione, un’ectopsia.
Sono quindi soggetti malformati, non solo nel senso fisico, ma nell’essenza stessa della loro esistenza:
Privi di coraggio, perché il coraggio è connessione tra sentire viscerale e azione.
Privi di intelletto, perché l’intelletto è movimento adattativo e non rigida auto-referenzialità .
Privi di sanità , perché il sano è ciò che sa trasformarsi senza deformarsi, mentre loro sono già nati deformati.
Privi di cellule ben formate, perché la struttura del loro essere è segmentata, caotica, priva di una continuità biologico-esistenziale.
Stiamo qui dicendo che vi sono individui che, per una loro conformazione biologica (cellule ben formate in forma → struttura organica e neurologica adeguata), possono partecipare della razionalizzazione, mentre altri, mancandone, sono doppiamente mutilati:
1. Non razionalizzano, quindi non costruiscono nemmeno quella post-produzione dei fatti che permette un adattamento secondario alla realtà .
2. Vivono in una realtà distorta, dislocata e inautentica, perché costruita su basi difettose e prive di quell’elaborazione che, per quanto già di per sé ingannevole, almeno garantisce una certa coerenza interna.
3. Sono più lontani dal Reale, perché non possiedono neppure gli strumenti minimi per tentare di avvicinarsi a esso, rendendoli in un certo senso degli scarti biologici e cognitivi.
4. Non-enti, perché privi di una reale presenza nel mondo come agenti dotati di un minimo di coscienza strutturata.
5. Aberrazioni genetiche, nel senso che non solo non portano alcun valore adattativo, ma risultano anche parassitari e dannosi, non necessari alla specie.
Il punto più radicale è il fatto che essi siano "rotti", ossia scollegati dalla vita in un senso primario. Se la Realtà è comunque una costruzione necessaria per orientarsi, e il Reale è ciò che sfugge, essi non sono né nell’una né nell’altro. Sono fuori sincrono con entrambi, incapaci di aderire a un ordine minimamente strutturato e, proprio per questo, falliti esistenziali.
Conclusione
Se l’uomo è ciò che osserva, e osserva ciò che gli sfugge, allora questi esseri non osservano nulla, perché sono bloccati nel non-esistere. Sono pura coazione a ripetere, incapaci di resilire, incapaci di adattarsi senza degenerare. Non avendo pathos, non possono pathire, e quindi non possono nemmeno veramente esistere. Si, osservi, ad esempio nel caso del narcisista cosiddetto perverso, i continui e ripetuti tradimenti (seriali, appunto), maschere di impotenza.
Sono morti in vita, tra parassiti, involucri di carne attraversati dal vuoto.
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INTEGRAZIONE SECONDA
1. L’errore come matrice generativa vs. l’errore di attribuzione indiscriminata
Errore generativo e errore cognitivo:
Nel contesto di PsykoSapiens, l’errore non è visto come una semplice deviazione da un ordine presunto, ma come una forza strutturante che alimenta le transizioni e le trasformazioni nei sistemi complessi. È una condizione che permette la generazione di nuove configurazioni, l’evoluzione e la diversità . L’errore in questa accezione ha una valenza "positiva", in quanto funge da principio attivo nelle dinamiche evolutive e sistemiche. In questo senso, l’errore è una forza creativa che destabilizza gli equilibri preesistenti, permettendo la nascita di nuove possibilità .
D’altro canto, l’errore che emerge nella mente umana, l’errore cognitivo, è spesso distruttivo e sterile. Si manifesta come l’attribuzione arbitraria di significati e causalità , una sovrapposizione di schemi cognitivi a un mondo che resiste a tale categorizzazione. Questo errore umano è legato a un’ingenua proiezione delle nostre strutture cosiddette mentali sulle realtà esterne, dove ogni fenomeno è visto come un simbolo, un segno, un elemento che deve rispondere a un ordine che solo noi possiamo intuire, ma che non esiste come tale.
Distinzione e connessione
Questi due tipi di errore non sono in contraddizione tra loro, ma agiscono su piani diversi. L’errore generativo, in quanto principio di cambiamento, è necessario al funzionamento evolutivo di un sistema, mentre l’errore cognitivo è un’inadeguata risposta che, invece di favorire l’adattamento, limita la comprensione e la vera evoluzione del pensiero umano. La loro connessione risiede nel fatto che l’errore, in entrambi i casi, è una reazione alla complessità che ci sfugge, ma la differenza sta nell’utilizzo che ne facciamo: l’errore generativo spinge il sistema verso la novità , mentre l’errore cognitivo intrappola in illusioni e spiegazioni facili.
La ricerca dell'effimero piacerucolo e dello sterile possesso sono causa prima delle lotte e dell'odio mal riposto.
Il piacere effimero è il riflesso di un essere che non sa affrontare il vuoto della propria esistenza. È la ricerca di una gratificazione che non costruisce nulla, ma che nega la creazione di sé. È la caduta nell'illusione di un godimento che non nutre, ma che disperde l'individuo in mille frammenti. Così come l’uomo che cerca di possedere ciò che è inutilmente effimero, anch'egli non possiede se stesso, non ha la forza di trascendere la miseria dei propri desideri. Ecco perché le lotte che scaturiscono da queste vanità non sono altro che guerre senza scopo, nate dalla debolezza di chi non sa più cos'è il vero desiderio, il desiderio di vivere pienamente, in modo radicale, di superarsi.
L'odio che nasce da questa continua ricerca di piaceri senza sostanza non è che l'espressione di una disperazione innata. L'odio mal riposto è l'ombra del non volere, della paura di affrontare l'abisso della propria libertà . È il fallimento del desiderio, l’incapacità di vedere che solo attraverso la lotta autentica e l'affermazione di sé possiamo sfuggire alla prigionia dell’effimero. Il possesso, invece di rappresentare l'affermazione dell’individuo, diventa una trappola. La lotta, in tal caso, non è mai per la vita, ma per il vuoto.
2. Caso e necessità : l’ambivalenza dell’errore
La dicotomia caso/necessitÃ
Nel testo si propone una critica alla dicotomia fra caso e necessità , suggerendo che accettare questa divisione come fondamento dell'ordine naturale sia un errore. Tuttavia, il corpo del testo sembra riconoscere la casualità come una forza dinamica attiva nei processi evolutivi, un principio che si manifesta come indeterminato e imprevedibile, ma che può generare ordine e stabilità attraverso meccanismi stocastici. In questo caso, la casualità non è semplicemente caos, ma una forza di creatività e novità che si intreccia con le necessità evolutive.
L’errore come limite della comprensione umana
Tuttavia, questa casualità si pone come limite nella comprensione umana, dove l’essere cosiddetto umano tende a fissare ordini e leggi che spiegano il caos. In questo contesto, l'errore sta nell’idea che possiamo comprendere completamente e rigidamente la relazione tra caso e necessità , in quanto l’uomo è incapace di accettare che la realtà si sviluppi secondo leggi che sfuggono alla sua comprensione limitata. L’ambivalenza dell’errore risiede nel fatto che mentre l’errore generativo è produttivo per i sistemi naturali e evolutivi, l’errore cognitivo umano emerge quando tentiamo di imporre uno schema di necessità su ciò che è essenzialmente indeterminato. La critica, dunque, è che l’uomo non solo non riesce a gestire la casualità , ma la cerca di razionalizzare attraverso leggi e strutture predefinite.
Il parassita primo: distruzione come anomalia o esito del processo evolutivo?
Il parassita primo come origine dell’errore
L’introduzione del "parassita primo", espulso dal nulla, suggerisce un’origine dell’errore che non appartiene alla dinamica evolutiva ordinaria, ma emerge come una deviazione distruttiva, un elemento che sfida e sovverte l’ordine naturale. Questo parassita non è il risultato di un errore che emerge all’interno di un processo evolutivo, ma piuttosto è l’effetto di una distruzione primaria, un evento che non si inserisce perfettamente nel processo stocastico evolutivo, ma lo corrompe.
Il parassita e l’evoluzione
La domanda centrale riguarda se questa distruttività debba essere considerata una mutazione anomala, o se essa faccia comunque parte del processo evolutivo come un errore "generativo" che ha preso una piega negativa. Da un lato, l'errore distruttivo che emerge come parassita non sembra seguire la stessa logica del resto delle mutazioni evolutive, in quanto non è funzionale alla sopravvivenza o al miglioramento del sistema, ma tende a corrompere e a disgregare.
D’altra parte, è possibile che tale parassita non sia una deviazione, ma una forma evolutiva che esprime la necessità della disgregazione per la creazione di un nuovo ordine. In altre parole, la distruttività può essere un passo necessario verso un nuovo tipo di ordine che emergerà , ma che è ancora incomprensibile nella sua interezza. Ma se è ordine, è per natura negativo e terribile. Dovremmo essere allarmati. Sempre.
Il concetto di "ordine" porta con sé l’ombra della imposizione e della limitazione, un qualcosa che inevitabilmente mette in discussione la libertà . Un ordine che si erge, che si afferma e che pretende di essere. In fondo, ogni ordine implica una forma di coercizione, una reazione contro il caos creatore, una stabilizzazione che non si adatta a chi vive in un flusso continuo di trasformazione.
Forse la vera questione non è se l'ordine emergerà , ma cosa rimarrà quando l'ordine avrà preso forma. Se è ordine, è un ordine che può soffocare la stessa essenza vitale, riducendo l'infinita potenza della creatività a un sistema chiuso e autolimitato. Eppure, come ogni ordine, sembra destinato a cadere sotto il peso della propria rigidezza.
L'ordine rappresenta, in fondo, l'affermazione di una forma che non è mai la forma ultima, ma quella destinata ad essere superata.
L’ordine stabilizza, ma nel farlo uccide l’irriducibile flusso vitale.
Tuttavia, ogni ordine è destinato a sgretolarsi, perché non può contenere la potenza dell’indeterminato.
Se l’ordine è condanna, allora il vero orrore non è il caos, ma la sua negazione.