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TACCUINO #85


Il suffisso -ista tende a creare categorie rigide, dottrine o appartenenze a correnti di pensiero (come marxista, idealista, realista), mentre pragmatico e materiale evitano questa cristallizzazione, lasciando il discorso più fluido e aperto a molteplici interpretazioni.


Analizziamo le differenze:


1. Differenza linguistica e stilistica:


-ista: ha un valore nominale o aggettivale che implica adesione o affiliazione a una corrente o sistema ideologico. Può risultare riduttivo, perché definisce un’identità rigida, spesso opponendola ad altre (pragmatista vs idealista).


Esempio: pragmatista suona come un teorico del pragmatismo, ancorato a un’idea sistematica.

Pragmatico e materiale si presentano come aggettivi descrittivi, concreti e funzionali, legati alla natura dell’azione o del pensiero piuttosto che a un’appartenenza filosofica.


Esempio: pragmatico suggerisce l’attenzione alle soluzioni pratiche; materiale evoca ciò che è tangibile (e reale), senza caricarlo di sovrastrutture (realtà dell'individuo).


2. Differenza d’insegnamento e interpretazione:


-ista: sembra offrire una posizione già codificata, una scuola di pensiero. È utile per chi desidera un’etichetta concettuale chiara, ma rischia di fissare i confini della riflessione.


Esempio: un pragmatista sarebbe colui che segue i principi del pragmatismo (come Peirce o Dewey).


Pragmatico e materiale stimolano un pensiero più esperienziale, dinamico e contestuale, lasciando spazio all’improvvisazione e alla ricerca diretta. Non indicano un’appartenenza, ma una modalità di relazione con realtà e reale.


Esempio: un approccio pragmatico risponde alle esigenze immediate; un’esplorazione materiale indaga ciò che è sostanziale e immanente, senza "metafisica".


3. Differenza di significato e senso:


-ista: dà un senso ideologico e spesso prescrittivo. Le parole che terminano con -ista rimandano a un’identità concettuale definita, talvolta dogmatica, o a una professione specifica (es. artista, guitarista, giurista).


Limite: riduzione del processo esplorativo a una tendenza o dottrina.
Pragmatico e materiale suggeriscono azione e concretezza, non un’etichetta o una teoria strutturata.

Pragmatico è sinonimo di efficacia, orientamento al risultato, attenzione alle dinamiche reali.


Materiale richiama la consistenza, l’immanenza, la sostanza, superando ogni concettualizzazione astratta.


Conclusione

Sostituire pragmatista e materialista con pragmatico e materiale risponde a un’esigenza di precisione e apertura. Le prime definizioni irrigidiscono, mentre le seconde lasciano il discorso in tensione, evitando la gabbia dei sistemi chiusi. Questa scelta ci mantiene fedele al superamento delle etichette, in linea con la fluidità del progetto.



 


Così come i suffissi possono irrigidire il pensiero, anche il nostro rapporto con il conoscere subisce stratificazioni che spesso ci sfuggono.



Capire, Intendere, Comprendere


Quale la differenza tra "capire," "intendere" e "comprendere"? Può sembrare sottile, ma in realtà rispecchia sfumature diverse nell'approccio cognitivo e linguistico.


"Capire" è un termine più generico, che si riferisce alla capacità di acquisire informazioni o rispondere a una situazione. Implica la percezione di qualcosa a livello superficiale o pratico. Per esempio, "capire una lingua" significa essere in grado di riconoscere parole e frasi.


"Intendere" ha una connotazione più profonda e riflessiva. Indica il processo di prendere (acquisire / sviluppare) "consapevolezza" di qualcosa, con una componente legata all’intenzione o all'interpretazione. Si parla di "intendere un concetto" quando si afferra il significato dietro un'idea, seppur non necessariamente in modo pienamente consapevole.


"Comprendere" è spesso visto come un livello superiore di cognizione rispetto a "capire" e "intendere". Implica l’assimilazione profonda e integrata di un concetto, che non solo viene riconosciuto, ma è anche elaborato in maniera sistematica, comprendendo le implicazioni e le connessioni tra gli elementi.


Insomma, mentre "capire" è più immediato e pratico, "intendere" è un atto di consapevolezza, e "comprendere" implica una conoscenza più profonda e articolata.


Empatia, ove si colloca?


Empatia si situa in una dimensione parallela a queste tre, eppure le attraversa tutte, in una forma peculiare di comprensione che è al tempo stesso cognitiva e affettiva.


Se capire è riconoscere una situazione, intendere è attribuirle un senso e comprendere è assimilarne le implicazioni, l’empatia è la capacità di sentire ciò che si comprende. È un’intuizione che non si arresta alla logica, ma trapassa la carne, il corpo, il sentire viscerale.


Potremmo chiederci:


- Si può capire il dolore di qualcuno leggendo una diagnosi?

- Si può intendere il dolore solo riconoscendone il peso nell'altro?

Solo comprendendolo visceralmente, e cioè "empatizzando", lo si sente nel profondo, quasi come proprio.


L’empatia, dunque, non è semplicemente un’estensione della comprensione, ma il suo rovescio pulsante: ciò che trasforma il sapere in esperienza vissuta. E si contorce, si rovescia, si rifrange: esperienza vissuta in sapere.


Empatia è la contorsione della comprensione stessa, il suo corpo estraneo e familiare insieme.


Verremo capiti?


Resteremo incomprensibili? 


Ma qualcuno potrà davvero comprenderci?




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