top of page

TACCUINO #63


Dobbiamo ancora andar oltre, oltre nuove crette di questo luogo infero. Dobbiamo veder, scrutare, saggiare, assaporare, comprendere. Oltre il tempo della morale e del giudizio etico. Oltre i Kant, i Nietzsche, i Hegel, i Dante, i Marduck. Oltre l’abisso apertosi che svela l’inascoltato. Oltre quel baratro indicato dai carnefici. Spinto oltre il dirupo della conoscenza, la crosta della condizione cosiddetta umana.


Frantumare l’uomo: una dissezione oltre la crosta dell’essere

L’essere cosiddetto uomo è crosta, scoria, incrostazione sedimentata su un nucleo che, a ben vedere, non esiste. È una stratificazione, un residuo di processi filogenetici, biologici, culturali e ideologici che si autolegittimano. Ciò che chiamiamo "umano" non è altro che un processo di consolidamento delle crepe, un tentativo di rendere integro ciò che è per natura incompleto, di riempire il vuoto con etichette, simboli, dogmi, nomi.


L’uomo è un nome? E già in questo si tradisce: un segno che pretende di definire, ma che non è altro che arbitrio semantico, una convenzione che maschera l’abisso.


Oltre i Kant e i Nietzsche: demolire i costruttori di sistemi

Il tal Kant ha delimitato il sapere, ha inchiodato il pensiero a una ragione pratica che disciplina e giudica. Il tal Nietzsche ha squarciato il velo, solo per sostituirlo con il martello del dionisiaco e dell’eterno ritorno. Il tal Hegel ha riempito l’aria di dialettiche che culminano in uno spirito assoluto, una bugia gloriosa. Il tal Dante, con la sua Commedia, per nulla divina, ci ha inchiodati a un immaginario morale di punizioni e premi, condannando l’essere al giogo eterno del giudizio.


E il tal Marduck: simbolo di un potere archetipico, figura di una mitologia che trascina l’uomo in un eterno presente di dominio.


Tutti costoro hanno edificato prigioni concettuali, ognuna delle quali rafforza le sbarre della precedente. Oltre loro, non c’è redenzione. C’è la necessità di distruggere ogni sistema, ogni paradigma, ogni architettura che il pensiero ha innalzato per proteggersi dal caos.


Il luogo infero come condizione ontologica

Non vi è paradiso perduto, né eden da reclamare. L’essere umano è nato nell’infero e nell’infero rimane. Ma questo infero non è un luogo fisico, né una punizione metafisica. È la condizione intrinseca dell’esistenza: l’essere gettato nel mondo, un mondo senza senso, indi senza direzione, senza scopo, al quale senso si da, indi direzione si da, indi scopo si da.


La meraviglia del si da.


Le crette del luogo infero sono le nostre linee di fuga. Non si colmano, non si riparano. Si attraversano. Ma attraversarle significa essere consumati, smembrati. Osiride. Non c’è progresso senza dissoluzione, non c’è conoscenza senza perdita. Si da progresso, si da dissoluzione, si da conoscenza, si da perdita.


Smembrare l’uomo: un'analisi molecolare del mostro

L’uomo, scadente cellula del volgo se in massa, e più sentitamente sedimento vile, se disarticolato, si rivela un organismo intriso di parassitismo. Ogni sua funzione è un compromesso evolutivo:


1. La mente: non è centro di controllo, ma eco di stimoli, residui culturali e impulsi viscerali. Pensiamo di pensare, ma non facciamo che ricombinare memorie e desideri.


2. Il cuore: non è simbolo romantico, ma una pompa biochimica il cui “sentire” è pre-riflessivo. È qui che si nasconde l’essenza dell’uomo solido, nei neuroni cardiaci che percepiscono prima che il cervello interpreti.


3. La pelle: una barriera che isola, ma al contempo assorbe. È una membrana sottile, fragile, che registra il mondo ma non lo comprende.


4. La carne: non è carne, ma cenere in potenza. È ciò che rimane quando la scintilla dell’esistenza si spegne.


L’uomo non è un essere, ma un fascio di processi interdipendenti. La sua cosiddetta "umanità" è un sottoprodotto, un’illusione generata da una combinazione casuale di chimica e contingenza storica, di disarmonie cognitive vivente.


Distruggere per conoscere: oltre il giudizio


Sospendere ogni giudizio morale significa abbandonare l’idea che l’uomo sia soggetto al bene e al male. Non è necessario scegliere tra l’una o l’altra polarità. È necessario osservarle, decostruirle e, infine, dissolverle.


Il mostro non è altro che l’uomo stesso, nello specchio frantumato della realtà. Esso non è giudicato, ma mostrato. Con tutta la sua crudeltà, la sua meschinità, la sua finitezza. Perché solo mostrando il mostro possiamo smontarlo pezzo per pezzo, fino a rivelare ciò che si nasconde nelle sue viscere: il vuoto. E l'aridità del vuoto.


Meglio il reboante nulla.


E dal vuoto possiamo ripartire per scrutare il baratro senza timore, sapendo che esso ci restituisce il nostro volto, non lo stesso.

bottom of page