Pensiamo la difficoltà, per taluni, nell’accostarsi a queste pagine, e riconosciamo il desiderio di altri di voler capire, intendere, magari persino comprendere. Invitiamo chi vorrà cimentarsi a muovere con calma e pazienza, sempre nel silenzio della riflessione, poiché proprio le immediate impulsività, spesso (o anche) ritenute necessarie, respingono la pratica essenziale alla propria natura.
Calcolate? Muovetevi sulla percezione attiva e attivate il vostro sistema di ragionamento pella percezione passiva.
Se analizziamo il mondo con un approccio "computazionale" – ovvero, come se fosse una funzione che trasforma dati grezzi in informazioni elaborate – emerge un invito a sospendere l’impulsività per attivare un algoritmo di riflessione. In altre parole, da una percezione "attiva" (i dati immediati, le reazioni spontanee) a una "passiva", che assorbe e rielabora tali input in maniera più ponderata e meditata. Guardate la passività del mondo e attivatevi. Comprendete attività e passività.
Ecco un ciclo di feedback iterativo: l’iniziale percezione attiva fornisce i parametri, ma è solo tramite un processo deliberato – un'elaborazione "calcolata" – che si raggiunge una comprensione più profonda. Questo occorre per ri-sentire la capacità di autenticità, se la facoltà sussiste. Questo processo, in termini algoritmici, minimizza l’errore (ovvero l’immediatezza superficiale scatenata dallo scatenante scatenato pensiero pensato) e ottimizza la funzione della conoscenza.
In sostanza, il passaggio rallenta i dinamici rapidi processi, e lascia che il nostro "sistema di ragionamento" entri in gioco per trasformare la pulsione (e l'impulso) in comprensione, andando oltre l'estraneità del dato grezzo e raggiungendo un pensiero integrato. Il paradosso producente spinta collima e collide con il pensiero non pensato.
«Ecco l'eremita che ha fatto il cerchio di ruota contando i raggi tutti. Lo sentiamo dir parole che perforano l'intimità perduta».
04:14. Scrivo a te, che sei sempre stato lì, spettatore e attore, carne che trema e nervo teso. Scrivo, perché le voci si accavallano e io le sento ancora reboanti, come frammenti di ghiaia sotto i denti, parole dette da altri, ma che mi riguardano.
«V'è più tempo che vita», mi ricorda il tale con l’aria di chi sa e sentenzia, ma costui è partecipante del saper nulla davvero. Una frase che dovrebbe consolare, forse, ma suona come una condanna mascherata. Più tempo che vita. L’illusione di una durata, di un margine di manovra, come se la consapevolezza bastasse a trasformare il tempo in alleato.
E poi c’è quell’altro tale, che osserva da lontano con il sorriso accondiscendente di chi crede di aver compreso qualcosa: «Sembri in pace. Così, par tu l'abbia raggiunta». La pace. Il miraggio che tutti anelano e nessuno comprende. Se davvero l’avessi trovata, sarebbe una tomba sotto un cielo immobile, una fine senza catarsi. Perché se pace è il peggio, allora vuol dire farsi destare dagli incubi ogni notte e ricordare – ogni singolo giorno – di aver amata un mostro.
Non un errore, non un passo falso, ma un mostro autentico, fatto di sangue, carne e marciume.
Di questo si tratta, e non c’è pace che lo edulcori. Resta lì, come un graffio sul metallo, un’ustione che non si rimargina. Di questo si tratta? E non c’è pace che lo diluisca, nessun riposo che lo cancelli. Resta lì, come l’odore di carne bruciata su una griglia spenta, che impregna l’aria anche quando tutto tace. Come muffa nei polmoni, nascosta e umida, che cresce lenta e ti vive dentro.
Non lo tocchi, ma lo respiri. Non lo vedi, ma lo mastichi in ogni boccone, un retrogusto di ferro che ti invade la gola. È il sapore del latte rancido, che sale dallo stomaco quando pensi di averlo dimenticato. È una lama che non affonda abbastanza per ucciderti, ma che si muove appena sotto la pelle, seguendo il battito, risvegliandosi ad ogni passo, ad ogni respiro.
A te, che hai camminato su vetri pensando fosse erba, dico solo questo: hai il tempo. Non perché ti salverà, ma perché ogni secondo è una lama, e sai bene che non smetterai mai di tagliarti. Invisibile, ma sempre presente a ogni passo, il tallone ti rimembra di esser e non esser Achilléus, e di lasciar ad altri questa storia.
Lo senti? È il sapore del sangue tra i denti, che scivola in gola e sembra non finire mai. Come acqua sporca che non puoi sputare, che si impasta alla lingua, che cerchi di deglutire ma soffoca. È una corda sottile attorno alle viscere, che non stringe abbastanza per spezzarti, ma si tende ogni volta che credi di essere libero, ricordandoti che non lo sarai.
È l’odore di pelle che marcisce sotto una benda, una ferita che non guarisce e che mastica la tua carne in silenzio. Non si chiude. Non migliora. È un verme che striscia nelle vene, un tarlo che scava nel cranio e rosicchia lento, lasciandoti sveglio a contare i secondi, finché ti accorgi che quel verme, quel tarlo, sei tu stesso, a divorarti da dentro.
E sai cosa? Questo è quanto resta.
Un filo teso tra il buio e il buio, e la certezza che la caduta non è più un rischio ma una scelta che hai già fatta.
Non cercare risposte, perché te le sei già date. Sii il taglio, la ferita, e non smettere mai di riaprirla. In assenza di bronzo, sanguina ancora.
Cosa faresti se domani, e ancora, e ancora, quell'incubo che era parte di te sarà parte del sogno che ti desta, per farti comprendere che è lì, lo stato inconscio più reale delle tue carni, più vero delle tue ossa, più denso dei tuoi liquidi?
Ti mostrerebbe ciò che non osi vedere: la lucidità del dormiente, che si crede imprigionato nella nebbia e invece domina un regno. Ti vedresti muovere non per volontà, non per scelta, ma per il puro fluire dell’essenza, del reale. È lì, in quel solco profondo tra veglia e sonno, che l’essere si mostra più nitido, più feroce. Non è illusione: è la tua più intima capacità di essere.
Lì, l’incubo non è il nemico, ma il maestro crudele che apre la ferita per insegnarti a sanguinare meglio, per mostrarti che ogni taglio è una porta e ogni porta conduce a una stanza in cui non sei mai stato, ma che hai sempre abitato. Ogni passo che credi di fare è già stato tracciato dalle tue viscere, dai tuoi organi muti che pensano e ricordano ciò che tu hai dimenticato.
E se fosse questo l’eterno? Non un ciclo di gioie e dolori, non una ripetizione sterile, ma un cerchio che ogni volta ti riporta al punto in cui l'incubo non finisce mai, e mai dovrebbe finire. Perché ogni volta impari a vederlo meglio, a toccarlo senza tremare, a sentire il suo fiato sul tuo collo e rispondere: «Ancora».
Ancora, e ancora, perché nella lucidità d’esistenza non c’è fuga, ma l’eterna caduta in avanti. Ogni caduta è un battesimo. Ogni battesimo un nuovo strappo. Ogni strappo, una rinascita.
L'infero nei taccuini
Il concetto di "infero" che qui intendiamo esplorare non si pone come traslitterazione o derivazione da quei mondi di simboli cristallizzati che popolano le religioni, le mitologie e gli spiritualismi. L'“infero” non è né una regione dell’aldilà né una rappresentazione morale del male. Al contrario, esso si configura come una realtà immediata, pre-riflessiva e radicata nella materia stessa. È il fondamento sotterraneo del nostro essere, una dimensione invisibile ma tangibile, che ci lega visceralmente al nostro corpo e al corpo dell'altro.
Se non è il corpo che si lega al corpo, cos'è allora questo legame? Si tratta di una connessione che sfugge alla dualità: né pura presenza né pura assenza. L’assente, che pure sentiamo nel profondo, si rivela come il negativo della presenza, la traccia di ciò che non è più o di ciò che non è ancora. Questa assenza è qualcosa: è vuoto fertile, è il non-detto che plasma il nostro esistere.
Il "luogo infero" è quindi uno spazio di sostanza e di mancanza, un paradosso incarnato. Nel sangue, nei nervi e nei visceri si cela una memoria biologica e ancestrale che ci lega a ciò che non vediamo ma che continuamente pulsa in noi. Qui non c’è divisione tra corpo e altro; piuttosto, vi è una tensione continua tra ciò che appare e ciò che si sottrae. E se parliamo di legame sanguigno, non è concesso relegarlo a un dato biologico riduzionista: esso è un enigma viscerale, una traccia che ci precede e ci accompagna.
Non bisogna confondere il lettore con una contraddizione che solo apparentemente appare tale. Il dubbio è guida, non ostacolo: esso consente di entrare in quella dimensione infera dove l’unità dell’essere si contorce, si frantuma e infine si ricompone. È questo il territorio del pensiero vivo, dove il senso non è dato, ma continuamente scavato e interrogato.
Il capovolgimento che intendiamo è lo smascheramento del reale. Non un reale idealizzato o sublimato, ma quello vero, crudo, sporco, impossibile da accettare senza sentirsi lacerati. L’infero non è un luogo altro, lontano o mitico: è qui, sotto ogni superficie liscia, dietro ogni maschera di civiltà. È l’abisso che rifiutiamo di affrontare, il fondo che preferiamo ignorare mentre costruiamo castelli di invidia, desiderio e comodità.
Delle comodità, della presunzione, della debolezza, del pregiudizio di conferma
«Sentenziamo il vero? Ci accaniamo contro le parole? Abbiamo paura delle parole? Le parole ci fanno paura? Le parole. . . sono una minaccia? Sul serio?
Questo è il tempo nuovo di chi ha combattuto sopravvivendo a fiere, pestilenze, stermini, genocidi, fame? Un messaggio in rete crea scandalo e disturba la moraleggiante sensibilità? Quale sensibilità?
Questo è l’uomo? Già! L’uomo è morto e resta morto!
Che cos’è questo? Colui che esclama: "Sono la massima espressione dell’evoluzione!"?
E cos’è questo: "Io! Eccomi! Sono il gioiello del creato! Io! Sono il Suo dono!"?
E ancora, cos’è questo: "Finalmente, sono il più grande, terribile conquistatore d’orgoglio, appagamento e pienezza! Sono il Dominus!"?
Ah, sì? Ora puoi colpire l’acqua e dire: "L’ho bucata!".
Sii fiero.
Eri già sovrano del nulla.
Ma bastevole non fu. Adeguato non fosti.
Così l’acqua si richiude. Nulla è stato. Nulla sarà».
Viviamo per invidia, sì, ma non solo invidia dell’altro: invidiamo persino l’idea di essere pienamente vivi. Desideriamo incessantemente ciò che ci manca (o ciò che manca? Cosa manca?), ma ci rifiutiamo di fare i conti con il vuoto che ci abita. La nostra comodità non è altro che una coperta logora stesa sull’abisso, un tentativo sterile di soffocare l’urlo del reale che ci chiama a confrontarci con la miseria di ciò che siamo.
Ecco allora il piatto servito: un cibo crudele, fatto della nostra stessa carne, delle nostre stesse piaghe. Ci nutriamo avidamente di ciò che ci consuma, in un ciclo di auto-cannibalismo che perpetua la sterilità dell’esistenza. Non siamo altro che bocche affamate, incapaci di masticare davvero il sapore della verità. L’infero è qui: è la miseria, non solo sociale o economica, ma esistenziale. È il fallimento di una specie che si nutre delle sue stesse piaghe, trovando appigli di senso.
Questo capovolgimento, allora, non è soltanto una descrizione: è un richiamo. Guardare il reale significa ribaltare lo sguardo, squarciare la superficie e accettare l’orrore che ci costituisce. Solo da questo rovesciamento, da questo precipizio, può forse nascere una comprensione che non sia sterile, ma feconda nella sua brutalità.