TACCUINO #65
Premessa
Questo lavoro si propone di indagare le dinamiche attraverso cui l’essere umano ha progressivamente abbandonato la sua natura pulsionale per affidarsi al simbolo: un costrutto che, lungi dall’essere neutrale, si è trasformato in uno strumento di codifica, manipolazione e controllo.
Analizzeremo il distacco progressivo dalla percezione autentica, esplorando l’origine di ciò che è stato definito “istinto” e “pulsione”, due categorie spesso oggetto di fraintendimenti e banalizzazioni nel dibattito moderno contemporaneo.
Approfondiremo inoltre il processo di involuzione del simbolo, passato da mezzo di connessione tra individuo e realtà a veicolo di dominio. Infine, intrecceremo queste riflessioni con fenomeni attuali, come la violenza giovanile urbana, interpretandola come manifestazione visibile di una crisi antropologica profonda.
L’esperienza sensoriale immediata e pre-riflessiva, mediata dalla rete neuronale viscerale, costituisce una delle forme di intelligenza biologica più antiche e fondamentali. Questo sentire viscerale è connesso direttamente ai processi filogenetici e rappresenta una modalità di percezione della realtà che precede il linguaggio e la simbolizzazione. La soppressione di questa esperienza originaria ha portato l’essere umano a vivere in una realtà mediata e rappresentata, separata dall’autenticità corporea.
1. La percezione autentica: un ricordo dimenticato
L’uomo non è mai stato libero. L’idea stessa di libertà si colloca all’interno di un sistema simbolico che nega la possibilità di un’esistenza viscerale. La pulsione viscerale, connessione atavica con il sangue, il corpo e la materia, è stato sacrificato sull’altare del simbolo. Eppure, la percezione autentica non era un errore da correggere, ma un sapere corporeo, immediato e incontaminato.
La percezione autentica come sapere:
La pulsione viscerale è una forma di intelligenza preverbale, non mediata, che guida l’essere verso ciò che è necessario per la sopravvivenza e l’equilibrio. Il simbolo, invece, interrompe questa immediatezza, imponendo una rappresentazione della realtà che separa l’uomo dalla sua origine.
Il tradimento della percezione autentica:
Nell’abbandonare la percezione autentica, l’uomo si è consegnato a una realtà mediata, dove ogni azione è filtrata da un significato imposto. Questo tradimento non è neutrale: è l’origine del controllo, della manipolazione e della sofferenza cosiddetta moderna.
2. Il simbolo: da ponte a prigione
Il simbolo nasce come tentativo di colmare il vuoto lasciato dalla pulsione viscerale, un ponte tra l’uomo e ciò che non può più percepire direttamente. Ma quel ponte è divenuto prigione, una struttura chiusa in cui ogni cosa esiste solo in funzione di ciò che rappresenta.
Simbolo e manipolazione:
Il simbolo, che doveva essere strumento di connessione, si è trasformato in arma di dominio. È divenuto veicolo di propaganda, un linguaggio costruito per controllare i desideri, le pulsioni, i corpi. La rappresentazione cinematografica, ad esempio, ha sostituito l’esperienza diretta con immagini costruite per indurre comportamenti emulativi.
L’inganno del lieto fine:
Il bacio nel cinema, il simbolo del "lieto fine", non è che una proiezione artificiale che stimola pulsioni riproduttive e sociali non autentiche. L’uomo, schiavo dell’influenza simbolica, non vive più la sua esperienza, ma una narrativa imposta.
3. La manipolazione: il simbolo che uccide
Il simbolo è stato degradato a strumento di manipolazione. La propaganda, sia essa religiosa, culturale o tecnologica, utilizza il simbolo per disconnettere l’uomo dalla sua essenza e piegarlo a logiche di dominio.
La vista come inganno:
La rappresentazione visiva, oggi dominante, è l’apice di questa manipolazione. Gli occhi, che dovevano servire alla conoscenza, sono ora strumenti del controllo. Guardare non implica più vedere: l’uomo osserva solo ciò che gli viene mostrato, partecipando inconsapevolmente a una realtà falsificata.
L’attualità della violenza urbana:
Il simbolo manipolatorio non si limita a plasmare desideri e sogni, ma fomenta anche frustrazioni e violenze. Oggi molti giovanissimi si riversano per le strade, sfogando traumi e infelicità in atti di violenza gratuita. Non riconoscono il simbolo che li manipola, eppure ne sono vittime e carnefici al tempo stesso. Feriscono altri per cercare di sanare ferite invisibili, perpetuando un ciclo infinito di dolore.
4. La morte come verità
Se la manipolazione simbolica è la malattia, la morte appare come l’unica cura possibile. Non nel senso della cessazione biologica, ma come dissoluzione delle forme, delle rappresentazioni, delle menzogne simboliche.
La vita come partecipazione della morte:
L’uomo, nel suo primo pensiero di concepimento, partecipa già della morte. Nulla va alla vita: la vita è un’illusione transitoria, un riflesso della morte che domina ogni cosa. La morte, paradossalmente, è l’unica realtà autentica, l’unico stato che non mente, giacché mentir non sa e non partecipa di utilità. Dopotutto utilità è il metter nel mondo gettati.
Superare il simbolo attraverso la morte:
La morte dissolve il simbolo, riporta l’uomo alla sua essenza primigenia, al silenzio dell’indifferenziato. Non c’è guarigione per chi non si ammala, e l’uomo, da sempre ammalato di simbolo, deve riconoscere la morte come trasformazione necessaria.
5. Il ritorno all’intuizione
L’unica via d’uscita dal labirinto simbolico è il ritorno all’intuizione. Non un regresso, ma un avanzamento verso una forma di sapere che precede e supera il simbolo.
«Chi intuisce sa, perché può. Della facoltà vive per capacità d'esser vivo».
Il sentire viscerale:
Riscoprire la percezione autentica (per chi ne ha capacità per facoltà) significa risvegliare il sentire viscerale, quella connessione biologica e filogenetica che ci lega alla materia e alla sostanza. È un sapere che non ha bisogno di parole, di immagini o di rappresentazioni, ma che si manifesta nel corpo e attraverso il corpo.
Un futuro senza simboli:
L’uomo non può abolire il simbolo senza una trasformazione radicale del proprio modo di esistere. Questo taccuino non propone soluzioni facili, ma invita a riflettere su ciò che è stato perso e su ciò che potrebbe essere recuperato.
Conclusione