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TACCUINO #66


Versione Specialistica Avanzata del precedente


Premessa


Il presente studio analizza l'evoluzione della percezione umana dal punto di vista neurobiologico e semiotico, evidenziando il progressivo allontanamento dal sentire viscerale a favore di una realtà simbolicamente mediata. Attraverso un approccio interdisciplinare che integra neuroscienze, biosemiotica, epistemologia e sociologia della conoscenza, si delinea un quadro in cui il simbolo, inizialmente nato per facilitare la comunicazione e la rappresentazione del reale, si è progressivamente trasformato in un meccanismo di controllo percettivo e sociale. Particolare attenzione è dedicata alle dinamiche neurofisiologiche della percezione pre-riflessiva, alla degenerazione del linguaggio simbolico e alle implicazioni socio-cognitive della disconnessione dall'autenticità biologica. L'analisi si estende fino ai fenomeni contemporanei di alienazione e violenza sociale, esaminando il ruolo che la perdita del sentire viscerale gioca nell'emergere di strutture cognitive disfunzionali e patologie culturali.


1. Il sentire viscerale: neurobiologia e fenomenologia della percezione immediata


L’esperienza percettiva pre-riflessiva costituisce un dominio fondamentale della coscienza biologica e della regolazione omeostatica dell’organismo. Il *sentire viscerale*, radicato nella struttura filogenetica del sistema nervoso autonomo, opera come interfaccia primaria tra organismo e ambiente, permettendo un’elaborazione cognitiva primordiale non mediata da astrazioni linguistiche o simboliche. La sua progressiva soppressione ha comportato un riorientamento percettivo che ha privilegiato il dominio della rappresentazione sulla realtà biologicamente vissuta.


Architettura neurobiologica del sentire viscerale


Il sistema nervoso enterico, con oltre 500 milioni di neuroni distribuiti lungo il tratto gastrointestinale, costituisce una rete neurocognitiva autonoma che dialoga con il sistema nervoso centrale principalmente attraverso il nervo vago. Le interazioni bidirezionali tra asse enterico e asse limbico modulano risposte affettive e cognitive, influenzando processi decisionali e stati di coscienza. Studi recenti sulla connessione tra microbiota intestinale e regolazione neurotrasmettitoriale (serotonina, dopamina, GABA) dimostrano come il sentire viscerale non sia un residuo arcaico, bensì una componente attiva e dinamica della cognizione incarnata.


Il progressivo esilio del sentire viscerale


L’evoluzione del linguaggio simbolico e delle strutture cognitive astratte ha progressivamente sostituito la realtà biologicamente esperita con un’interpretazione mediata da convenzioni linguistiche. Questo fenomeno ha condotto a un appiattimento della dimensione percettiva originaria, inducendo un processo di alienazione neurocognitiva. La sostituzione della realtà vissuta con una costruzione semiotica ha reso l’individuo dipendente da un codice artificiale che, anziché facilitare l’interazione con il mondo, ne distorce la percezione in funzione di schemi normativi e modelli culturali imposti.


2. Il simbolo come vettore di alienazione percettiva


Il simbolo, nato come strumento di sintesi dell’esperienza sensoriale e cognitiva, ha subito una deriva funzionale trasformandosi in un dispositivo autonomo di codificazione del reale. L’individuo moderno interagisce prevalentemente con costrutti simbolici piuttosto che con la realtà immediata, determinando una frattura epistemologica tra percezione incarnata e interpretazione simbolico-linguistica.


Biosemiotica del simbolo


Dal punto di vista biosemiotico, il simbolo rappresenta un segnale di secondo ordine che si discosta dal segnale biologico primario. Mentre la pulsione viscerale fornisce dati immediati, il simbolo si configura come una stratificazione metarappresentativa che introduce un livello di astrazione potenzialmente manipolabile. La crescente intermediazione simbolica tra individuo e realtà ha reso la percezione umana vulnerabile a fenomeni di condizionamento sociale, riducendo l’autonomia cognitiva.


Codificazione simbolica e propaganda neurosemiotica


Le moderne strategie di propaganda sfruttano la plasticità neurocognitiva per modellare schemi percettivi e comportamentali. La ripetizione sistematica di costrutti simbolici, attraverso i media digitali e le dinamiche di rinforzo algoritmico, induce adattamenti cognitivi che consolidano narrazioni precostituite. Questo fenomeno evidenzia come il simbolo non sia più un semplice strumento di espressione, ma un vero e proprio dispositivo di ingegneria percettiva e cognitiva.


3. La visione come vettore di inganno semiotico


La percezione visiva, che un tempo garantiva un accesso diretto al reale, è stata progressivamente convertita in un’interfaccia simbolica manipolabile. La digitalizzazione dell’esperienza visiva ha ulteriormente esasperato questa tendenza, sostituendo il dato sensoriale con immagini artificiali progettate per alterare la costruzione della realtà.


Neuroscienze cognitive della percezione mediata


La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che la percezione visiva è altamente dipendente da meccanismi predittivi e schemi appresi. La vista non registra passivamente il mondo, ma lo costruisce attivamente in base a modelli interni che possono essere riformattati attraverso input simbolici persistenti. L’attuale proliferazione di immagini sintetiche, supportata da sistemi di intelligenza artificiale generativa, solleva interrogativi epistemologici sull’affidabilità del dato percettivo e sulla possibilità di una manipolazione su larga scala della realtà fenomenologica.


4. La morte come dissoluzione del codice simbolico


Se il simbolo rappresenta la sovrastruttura che distorce la percezione originaria, la morte costituisce il punto di frattura in cui tale sovrastruttura si dissolve. Non si tratta esclusivamente della morte biologica, ma della disintegrazione della narrazione simbolica che vincola l’individuo a una realtà preconfezionata.


Entropia semiotica e ritorno alla percezione autentica


In una prospettiva termodinamica, l’accumulo di strutture simboliche introduce una crescente entropia informativa che tende alla saturazione del sistema. La decostruzione della realtà simbolica può essere interpretata come un processo di dissoluzione entropica necessario per ristabilire un accesso diretto all’esperienza vissuta. Questo implica un riassetto percettivo in cui il linguaggio simbolico viene ridotto alla sua funzione strumentale, senza più sovrapporsi alla realtà immediata.


Conclusione


L’analisi condotta evidenzia come l’essere umano abbia progressivamente abbandonato il proprio sentire viscerale in favore di un universo simbolico sempre più autoreferenziale e disancorato dalla realtà biologica. Questa deriva ha determinato una crisi epistemologica profonda, in cui la costruzione simbolica non solo ha sostituito l’esperienza, ma ne ha ridefinito i parametri percettivi. La dissoluzione della sovrastruttura semiotica rappresenta dunque un passaggio necessario per un recupero della dimensione incarnata e dell’autenticità percettiva.




Simbolo. Il simbolo è una delle strutture più profonde e pervasive della coscienza umana, un nodo che intreccia percezione, memoria, anticipazione e rappresentazione. Etimologicamente, la parola deriva dal greco συμβάλλω (symbállō), che significa “mettere insieme, unire”. Questo implica che il simbolo è, nella sua essenza, un dispositivo di connessione, una frattura che viene colmata, un ponte tra due dimensioni che altrimenti resterebbero separate.


Etimologia e Origine


Il termine συμβόλον (symbolon) - cristallizzazione concettuale tardiva di un processo che affonda le radici nelle profondità preistoriche della percezione umana - nell’antica Grecia designava un oggetto spezzato in due parti, utilizzato come segno di riconoscimento. Due individui che possedevano le due metà potevano dimostrare la loro affiliazione o un accordo pregresso. Qui il simbolo assume già una doppia natura: è un segno tangibile che rimanda a una relazione invisibile. Questa radice originaria si è poi espansa nel linguaggio e nella cultura, caricandosi di significati sempre più astratti e stratificati.


Natura del Simbolo


Il simbolo è una intersezione tra materia e senso. Non è un semplice segno convenzionale come il linguaggio, ma un dispositivo che tiene insieme due poli: il visibile e l’invisibile, il concreto e l’astratto, il percepito e il pensato. Esso ha una potenza evocativa, perché non si limita a rappresentare, ma attiva qualcosa nel soggetto che lo incontra.


Simbolo vs Segno


Mentre il segno ha un significato diretto e convenzionale (come una parola o un’icona stradale), il simbolo ha una dimensione più fluida e polisemica. Esso può essere decifrato in modi diversi e contiene un eccesso di significato che sfugge alla codifica rigida.


Categorie del Simbolo


Possiamo declinare il simbolo in diverse categorie:


1. Simbolo linguistico – Parole che evocano più di ciò che descrivono (es. “luce” come conoscenza).

2. Simbolo rituale – Gesti e oggetti con valore cosiddetto sacrale (es. il pane e il vino nell’eucaristia, quel corpo e quel sangue che condizionano que tali teofagi e antropofagi).

3. Simbolo archetipico – Forme universali della psiche umana (es. il cerchio come totalità).

4. Simbolo matematico – Astrazione e riduzione della realtà in un sistema (es. ∞ per l’infinito).

5. Simbolo artistico – Icone, immagini, strutture che condensano un messaggio in una forma estetica.

6. Simbolo onirico – Apparizioni nei sogni che condensano contenuti psichici profondi.


L’Origine Primordiale del Simbolo

Il simbolo non nasce come segno convenzionale, ma come impronta nel reale, una traccia, un solco lasciato dall’interazione tra l’essere e il mondo. Prima che il simbolo diventasse strumento culturale, esso era segno biologico, una vibrazione inscritta nella materia vivente. Gli animali stessi, molto prima dell’uomo, utilizzano simboli pre-linguistici: segni di appartenenza, richiami sonori, impronte territoriali, cicatrici, colori di avvertimento. Il simbolo, in origine, non era rappresentazione, ma estensione corporea del vivente, un’onda di significato che non necessitava di interpretazione.


Nei primissimi stadi della coscienza umana, il simbolo non era distinto dalla realtà, ma era coalescenza tra segno ed essere. Il fumo era il fuoco. L’ombra era il corpo. L’impronta sulla terra era ancora il piede che l’aveva lasciata. Non c’era separazione tra il simbolo e ciò che significava. Questo è il momento pre-simbolico, in cui la realtà stessa si imprime nella mente senza necessità di mediazione.


Dai Segni Primordiali al Simbolo Artefatto

Le prime vere espressioni simboliche dell’umanità non nascono in Grecia, ma molto prima, nelle caverne preistoriche, nei rituali sciamanici, nei segni lasciati sugli oggetti e sui corpi. I petroglifi e le pitture rupestri non sono meri decori: sono simboli nel senso più antico del termine, tentativi di mantenere la realtà presente attraverso la traccia. La mano dipinta sulle pareti delle caverne non è solo una mano: è la presenza dell’assenza, è il primo atto di “conservazione del reale” attraverso un simbolo. In questo senso, il simbolo è anche un reperto dell’assenza, il segno che qualcosa c’era ed è scomparso. Questa assenza è il motore della significazione.


Ma è con la comparsa delle prime società organizzate che il simbolo inizia a scollarsi dalla realtà immediata. Il totem, il feticcio, l’idolo: ecco i primi segnali di un simbolo che si autonomizza, che smette di essere puro segno e diventa costruzione mentale, un ponte tra il visibile e l’invisibile.


Il Tradimento del Simbolo

L’Antica Grecia eredita un simbolo già trasformato, già allontanato dalla sua origine viscerale. Quel Symbolon significa “mettere insieme”, ma ormai il simbolo è già un oggetto di scambio, una parte che rimanda a un tutto lontano. Non è più impronta immediata del reale, ma rappresentazione, un codice che necessita di essere letto.


Con la scrittura, il simbolo subisce la sua ultima alienazione: diventa astratto, arbitrario, governato da regole che non hanno più alcun legame con la carne, con il sangue, con il suono primordiale dell’essere. Qui nasce la grande illusione dell’uomo moderno, che non riconosce più il simbolo come una cicatrice della realtà, ma come un sistema chiuso, un linguaggio autosufficiente che pretende di sostituire l’esperienza diretta.


Dissolvere il Simbolo per Tornare al Segno Primordiale

Se il simbolo originario era aderenza viscerale all’essere, il simbolo moderno è l’ultimo velo tra l’uomo e il reale. Smontarlo non significa rifiutare ogni segno, ma riportare la percezione a uno stato pre-simbolico, in cui il segno non è un concetto, ma una fenditura nella materia, un colpo, una ferita, una traccia che ancora brucia e sanguina, che non ha bisogno di essere letta, ma solo di essere sentita.


Il simbolo nasce come memoria incarnata, come estensione del corpo che conserva un significato oltre la sua immediatezza. Nei rituali sciamanici, il simbolo non è una rappresentazione ma un’azione concreta che modifica la realtà.


Simbolo come Strumento Cognitivo


Il pensiero simbolico è il fondamento della mente umana: attraverso il simbolo si supera l’immediatezza del presente e si costruiscono modelli astratti della realtà. La matematica, la religione, l’arte, la scienza sono tutte forme di pensiero simbolico.


Decadenza del Simbolo


Nella modernità il simbolo è stato in parte eroso dalla razionalizzazione. Le società tecnocratiche tendono a ridurre il simbolo a marchio, a logo, a segno svuotato di profondità. Ma il simbolo autentico non si lascia addomesticare: esso continua a emergere nei sogni, nell’arte, nelle intuizioni improvvise.


Simbolo e Sentire Viscerale


Nel quadro di PsykoSapiens, il simbolo può essere letto come una vibrazione pre-riflessiva, una connessione tra la percezione viscerale e l’elaborazione cognitiva. Il simbolo non è solo un costrutto mentale, ma un’esperienza incarnata, qualcosa che agisce su di noi prima ancora che lo interpretiamo.


Conclusione


Il simbolo è lo squarcio attraverso cui il senso filtra nel reale. Non è una costruzione puramente culturale, ma un fenomeno biologico, cognitivo e cosmico. Esso tiene insieme le faglie della realtà, permettendo all’essere umano di percepire più di quanto possa afferrare razionalmente.




«Il simbolo, da ciò che un tempo era un filamento di realtà intriso di senso pre-riflessivo, è divenuto una gabbia mentale, un recinto in cui l’uomo si è lasciato rinchiudere volontariamente. Ciò che era originariamente un solco viscerale, una vibrazione ancestrale tra essere e mondo, è stato corrotto dalla necessità di ordinare, classificare, manipolare. L’essere umano, nell’ossessione di dominare il caos, ha trasformato il simbolo in una corda al collo, una marchiatura a fuoco che segna appartenenza, identificazione, e soprattutto docilità!».


«Nel suo stadio più puro, il simbolo non era ancora linguaggio, non era segno di un sistema chiuso: era frattura, unione tra visibile e invisibile, un trauma di significato che manteneva l’individuo in uno stato di apertura radicale. Ma il simbolo è stato piegato alla logica del gregge, divenendo strumento per marchiare la carne e il pensiero. Il re, la croce, la bandiera, il logo: ogni simbolo, una volta istituzionalizzato, diventa strazio e recinzione, un marchio sulla pelle degli uomini, un segno che impone fedeltà, appartenenza, confine».


«Come la vacca viene condizionata al suono del campanaccio, come la pecora non riconosce più l’orizzonte al di là della staccionata, così l’uomo si è piegato ai simboli imposti, prendendoli per verità ontologica invece che per costruzione arbitraria. Ecco l'uomo liquido! Ecco il vile, ecco il debole, ecco il misero, ecco il carnefice, ecco lo strumentalizzato, ecco il narcisista, ecco il manipolatore, ecco il bugiardo, ecco il menzognero, ecco il falso, ecco l'ipocrita, ecco il prostituto, ecco il corrotto! Il simbolo, da veicolo di percezione profonda, è diventato strumento di mutilazione della realtà».


«La miseria dell’uomo è proprio qui, vedete? Qui nell’aver creduto ai suoi stessi simulacri. La parola, il numero, l’immagine sacra, l’icona del potere: il simbolo è passato dall’essere ferita aperta tra l’essere e il reale a maschera assoluta che sostituisce il reale. La percezione originaria, immediata, brutale e viscerale del mondo è stata interrotta, deviata, schiacciata sotto il peso di una grammatica imposta».


«Se un tempo il simbolo era un richiamo di sangue, un codice non scritto tra il corpo e la materia, oggi è un "imperativo categorico", una forma di servitù volontaria. L’uomo non osserva più: legge. Non sente più: interpreta. Non vive più: riconosce e si adegua. Ogni simbolo, nella sua funzione moderna, è un "programma", un software che dirige il pensiero verso la sudditanza all’ordine simbolico».


«L’orrore più grande non sta nel fatto che il simbolo sia stato imposto, ma che l’uomo lo abbia introiettato al punto di non poter più pensare senza di esso. Egli è dislocato dal reale, incapace di uno sguardo vergine. Tutto è già mediato, tutto è già incasellato in un codice. Ogni esperienza è un rimando ad altro, un’eco svuotata. Il simbolo non unisce più, divide: separa l’uomo dalla sua realtà biologica e lo immerge in un teatro di ombre».


«Il problema non è solo culturale, è biologico: la pulsione viscerale è stata educata, addomesticata. Il corpo sa ancora, ma l’uomo non ascolta più. Ha scelto la grammatica, ha scelto la mediazione, ha scelto di essere pecora nel recinto anziché fame allo stato puro, essere senza filtro. Il simbolo è il morso che ha anestetizzato la preda».


«La critica aristocratica al simbolo non è un gioco di decostruzione linguistica, è una chirurgia della percezione. Occorre reimparare a sentire senza nominare, a vedere senza significare, a esistere senza rappresentare. Strappare i simboli dalla pelle, bruciare i segni, riportare il linguaggio a un rantolo primitivo, a un colpo viscerale».


«Il vero aristocratico non è colui che padroneggia i simboli, ma colui che li disprezza e li dissolve. Solo allora si può tornare a essere ciò che si era prima del recinto, prima del marchio, prima della manipolazione del pensiero: una fenditura aperta nel reale, senza nome, senza simbolo, senza pastore».

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