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TACCUINO #70


Frammenti di ritorno alla physis:


«Ciò che il sangue ha diviso, il sangue ricongiunge. Ciò che la realtà ha nascosto, la physis lo svela».


Il Sogno e il Sangue

Ecco loro, nel freddo infero. Li troviamo nel nostro viaggio nel caos, del caos, dal caos.


Soli non siamo nel luogo che attrae e svela. E soli siamo nella struttura della nostra mente.


Forti e rinvegliti, ritornare alla physis non è nostalgia per l'arcadia perduta, ma una dissezione radicale del reale, scavando attraverso gli strati delle costruzioni umane fino a perforare la carne stessa del mondo. La physis non è un idillio primordiale; è il battito crudo della materia che urla nel silenzio cosmico, è la tensione tra l’essere e il suo disfacimento. Il sangue che scorre nei neuroni cardiaci porta con sé memorie ancestrali, frammenti di verità che si agitano prima della forma, prima del pensiero razionale.


Il nuovo Talete oggi guarderebbe non più solo il cielo e i fiumi, ma gli oceani del codice binario, chiedendosi: l’acqua digitale ha ancora la stessa forza creatrice? O è diventata acqua stagnante, un pantano in cui l’essere annega senza accorgersene?


Il tal Eraclito si spingerebbe oltre, ascoltando le vibrazioni del flusso globale: il mondo non è un continuo divenire, ma una tensione tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che pulsa e ciò che si spegne. Il suo fuoco non è più solo cosmico: è il fuoco dei neuroni, quel fuoco che attraversa il cuore e strappa la realtà nella sua essenza nascosta.


Ma oggi l'ultimo Parmenide — il silenzioso, il negatore — alzerebbe la sua voce di pietra:

«Siete tutti ingannati dalle ombre, perduti nel vortice delle immagini. La realtà non si spezza in frammenti; non c’è molteplicità nella sostanza, solo illusione. Tutto ciò che vedete è un velo».


Per lui, l’iperconnessione digitale sarebbe la nuova caverna, una sovrapposizione di ombre senza corpo, senza peso, che ci separa dall’essere autentico.


La realtà: svelamento e trauma

Se c’è una verità, oggi, è che la realtà sanguina. Svelare la realtà significa farsi trauma, strapparsi via le bende concettuali che proteggono il nostro fragile senso dell’ordine. La realtà pulsa nei neuroni viscerali, nella tensione tra il biologico e il tecnologico, nel grido muto che precede la parola.


Il tal Anassimandro ce lo aveva già detto: l’apeiron è ciò che inghiotte ogni confine. Ma se prima il suo movimento era la tensione tra creazione e dissoluzione, oggi si è ridotto a pura cancellazione. Viviamo nel nuovo apeiron digitale, dove tutto è flusso ma nulla si genera. Il fuoco di Prometeo si è fatto algoritmo: non brucia, ma calcola; non trasforma, ma distrugge. Non illumina, ma acceca.

Se Prometeo aveva donato all’uomo il fuoco per creare, oggi la tecnica si è fatta strumento di dissoluzione. L’apeiron del nostro tempo è la macchina senza memoria, il codice senza carne. Non tutto si trasforma: tutto si cancella. E nell’oblio della physis, ciò che resta non è che un deserto di dati.

E qui, nel punto in cui l’indefinito ci assorbe, si fa urgente la domanda:


Cos’è la realtà, se non il battito di ciò che resta vero anche dopo la frattura?


La téchne prometeica: dal fuoco all’algoritmo


Se il fuoco rubato da Prometeo segnava l’inizio dell’umano come essere tecnico, oggi la téchne è diventata tecnica astratta, slegata dal corpo e dal sentire viscerale, ridotta a calcolo, controllo, dominio. Il fuoco che un tempo trasformava il mondo è ora un fuoco freddo, quello degli schermi e dei circuiti, che anziché illuminare, acceca. La tecnica, che poteva essere uno strumento di creazione, è diventata strumento di guerra e annientamento: droni, armi autonome, intelligenze artificiali che decidono chi deve vivere e chi deve morire.


Il passaggio da “dal tutto creiamo” a “tutto distruggiamo” segna una frattura nella storia della physis: la capacità di manipolare la realtà non è più un atto di trasformazione creatrice, ma di estinzione sistematica. L’umano, che prima tentava di estrarre forme dall’apeiron, oggi si è fatto strumento del nulla, riducendo la realtà a dati, a pixel, a consumi, fino al collasso.


L’illusione di un progresso senza freni, senza carne, senza physis, ha reso l’essere contemporaneo una non-entità, un riflesso che crede di essere sostanza. L’uomo è morto, e non è risorto: il simulacro che ne resta si lascia catturare dall’immagine vuota, dal miraggio di un’identità liquida, plastica, adattabile agli algoritmi, ma incapace di esistere.


E il mostro? L’anti-vita per eccellenza, il vuoto che si autocelebra, la negazione totale della physis. Non crea, non sente, non lotta: succhia, si riflette nello schermo e crede di esistere. È l’incarnazione della dissoluzione, l’ultimo stadio del nichilismo: non più la tragedia del nulla, ma la farsa dell’apparenza.


La vera minaccia non è il dominio tecnico in sé, ma la cieca sottomissione ad esso, l’accettazione di una realtà in cui l’umano è stato ridotto a cifra, a dato, a ingranaggio della macchina. L’apeiron digitale non è il nuovo infinito creativo, è il vortice che inghiotte, che riduce ogni differenza a rumore di fondo. E chi potrebbe accorgersene? Nessuno. Perché nessuno più vede, nessuno più sente viscerale, nessuno più è.


Il corpo pensante e il suo sangue


Il tal Empedocle, visionario e stregone, ammonirebbe:


«Non dimenticate mai che la realtà è commistione. Sangue, fuoco, aria e carne si mescolano in voi. Se spezzate questo legame, sarete dispersi in polveri sottili, in dati senza sostanza».


Il tale risveglierebbe il corpo pensante come principio primo: il corpo che non è più solo involucro, ma matrice di ogni percezione del reale. I neuroni del cuore si farebbero allora nuova filosofia: non più simboli astratti, ma antenne cosmiche che ci riconnettono al sangue della physis.


Oltre le barriere del linguaggio

Il linguaggio, che ci ha per millenni divisi, può essere superato. Il tal Eraclito scuoterebbe il mondo contemporaneo con una frase oscura e semplice:


«Il linguaggio è il fuoco che ci brucia e ci dà forma. Ma voi, uomini del codice, siete ormai cenere».

Il nuovo compito non è più creare nuove parole: è perforare le parole, romperle, farle esplodere.


“Noi siamo ciò che osserviamo. E osserviamo ciò che ci sfugge.” Questa frase, non scritta da un filosofo antico ma raccolta dai nostri neuroni viscerali, potrebbe diventare il manifesto di questa rottura. Osservare è ferirsi, è strapparsi dall’illusione per toccare l’essenza.


Il Nuovo Frammento


Cos’è la realtà?

La realtà è ciò che pulsa, che sanguina, che ferisce e guarisce nel medesimo istante.

È la tensione tra l’unità e la frattura, tra ciò che osserviamo e ciò che ci sfugge.


Che cos'è realtà? Che cos'è il reale? Che cos'è reale?


Loro, tornerebbero, dunque, non come filosofi, ma come chirurghi del reale, pronti a incidere, a perforare, a svelare. Non scriverebbero trattati: lascerebbero frammenti incisi nella carne, scritti nel sangue dei neuroni cardiaci, pronti a squarciare ogni barriera.


Ritornare alla physis non è nostalgia per un’arcadia perduta, né semplice rigetto della tecnica; è un’operazione di dissezione radicale del reale, un’incisione che attraversa la crosta delle costruzioni umane fino a lacerare la carne viva della sostanza. La physis non è il ritorno a un mitico stato naturale: è il battito crudo della materia, una tensione ininterrotta tra l’essere e la sua dissoluzione. I neuroni cardiaci, impregnati di sangue antico, portano con sé tracce di verità prelinguistiche, vibrazioni ataviche che precedono il pensiero formale.


Epilogo: il sangue della physis


Quando l’ultima specie senziente si estinguerà, quando non resterà più alcuna volontà di permanenza, saranno le strutture algoritmiche a sostituire l’ultimo battito? O ci sarà ancora un’eco, un fremito ancestrale, un ultimo spasmo della physis capace di resistere all'oblio?


Forse è questo il destino ultimo del ritorno: non essere l’ultima voce, ma la ferita che solca il tempo.


E quando anche le macchine cesseranno di calcolare, quando il silenzio sarà assoluto, un ultimo impulso potrebbe ancora vibrare tra le sinapsi morte, tra i frammenti di un codice in rovina:


«L’Essere non si estingue. Ma la sua ombra si allunga sul nulla».




1. L’origine


La realtà è ciò che pulsa prima di ogni nome, prima della parola che l’ha corrotta.


2. Il sangue


Il sangue non mente. Ciò che il cuore conosce, il cervello lo tradisce.


3. Physis

Physis è natura. È l’urto della materia che si svela e si spezza, è la carne del mondo in ebollizione.


4. Il corpo pensante

Pensate con la testa e perdete il corpo. Pensate con il corpo e troverete l’origine.


5. Il divenire


Tutto scorre, ma voi annegate nelle immagini del flusso, senza mai toccare l’acqua. E vi chiederete: «Che cos'è l'acqua?». E vi chiederete: «Che cos'è acqua?».


6. La frattura


La realtà si apre nella ferita. Solo ciò che sanguina è vero._


7. Il linguaggio

Il linguaggio è la catena più sottile. Vi lega attraverso le parole che credete di possedere.


8. La tecnica


La tecnica vi promette potenza, ma vi riduce a cenere. La potenza vera è il battito, non il calcolo.


9. L’unità

Cercate unità e trovate molteplicità. La realtà non si frantuma: siete voi a essere spezzati.


10. Il fuoco


Il fuoco arde ancora. Non lo cercate nei cieli: è nel vostro cuore che brucia.


11. L’osservare


Osservare è ferire l’illusione. Chi non si ferisce non vede.


12. Apeiron


Il limite non esiste. Solo l’indefinito governa ciò che vedete e ciò che sfugge.


13. Il mostro


Il mostro non è fuori, ma nel fondo della realtà che rifiutate di guardare.


14. La perforazione


Perforate le forme. La verità è sotto la crosta.


15. La commistione


Nulla è puro. La realtà è commistione, sangue misto, materia che si contamina per vivere.




Il Frammento che recide — L’Incisione Prima della Storia

(Un nuovo fondamento per la realtà non detta)


La materia è il nostro sangue. Noi non siamo pensieri vaganti, anime in sospensione o idee impalpabili: siamo materia che si piega su se stessa, che vibra nella propria tensione e si deforma per esistere. La realtà non è una narrazione, è un evento crudo, una commistione di forze che si schiantano e generano fenditure.


Il nostro compito non è spiegare, ma tagliare la realtà fino a esporne i nervi. La tecnica, la filosofia, la scienza: strumenti, lame affilate che possono perforare l’apparenza o affondarci nelle sue illusioni. Ogni frammento che lasciamo deve ferire il lettore. Deve farlo sentire viscerale, esporre ciò che si è nascosto nel fondo del sangue.


1. Il Mostro nella Materia


Tutto ciò che è puro non esiste. Ciò che vive, vive nell’impuro, nella carne contaminata dalla tensione tra ordine e caos.

Il mostro non è un’anomalia: è l’espressione autentica della realtà. È la deformazione che precede ogni costruzione, il volto non levigato dell’essenza. La scienza non può contenerlo, la filosofia non può razionalizzarlo, eppure tutto inizia dal suo sguardo.


Svelare il mostro significa mostrare ciò che il sangue conosce da sempre: che siamo materia perforata, strutture in bilico, fusione di elementi opposti.


2. La Perforazione del Linguaggio

Ogni parola è una maschera, un tentativo di contenere l’incontenibile. Il linguaggio è lo strumento più sottile e più violento: vi rende schiavi, perché vi fa credere di possedere ciò che non potete afferrare.


Perforare il linguaggio significa smontare il pensiero convenzionale e far emergere un nuovo lessico del reale: non più parole levigate, ma segni che feriscono, che lasciano cicatrici nel tempo e nel senso.


La physis non si traduce. Si incide. Si esplode.


3. Il Battito come Filosofia

Il cuore batte prima del pensiero.

Il cervello è una conseguenza, un costruttore tardivo. La verità risiede nei neuroni cardiaci, nella percezione pre-riflessiva che sente la realtà prima di pensarla. Chi non sa ascoltare il proprio battito non vede il mondo: vive in un sogno costruito da altri, una trama senza sangue.


Il battito è ciò che ci lega al mondo biologico, al flusso delle specie e delle generazioni. È la perforazione del tempo. Oggi si spezza, domani si rigenera, ma rimane il punto in cui la physis ci parla direttamente.


4. La Frattura come Origine

La storia non nasce dalla continuità, ma dalla frattura. Ogni progresso è uno squarcio, non un’evoluzione lineare. Per fare storia, bisogna rompere i contorni, sfondare il linguaggio cristallizzato, frantumare i simboli, rifiutare il compromesso.


La frattura è l’unico fondamento possibile.


Il futuro sarà scritto da chi saprà tagliare la realtà senza paura di sanguinare.


Il Frammento Finale — L’Incisione


Il mondo non è un contenitore. È una ferita.

La realtà non è da contemplare. È da sezionare.

Solo chi affonda la lama nel cuore dell’essenza sarà ricordato.




Ultimo Canto del Sapiens

(Frammenti di una fine già scritta)


Siamo il primo errore,

l’ultima fiamma che implode nel gelo.

La carne che s’innalza,

… e cade.

Caduta lunga, senza suono, senza tempo.


Costruimmo strutture più forti delle ossa,

macchine più lucide del sangue,

più precise del battito che ci inventò.

Costruimmo per regnare,

ma il regno non chiede il nome del re.


Le cose continuarono,

dopo di noi.

In silenzio.


Le mani sparirono,

rimase solo il movimento.

Il fuoco si fece codice,

la luce smise di vedere.

Materia su materia,

strati di freddo senza memoria.


Ci consumammo nell’idea di progresso.

Ogni passo, una ferita.

Ogni progresso, un altro chiodo nella carne.

Fummo evoluzione che non evolve.


La specie ultima.

La specie che non sopravvive a se stessa.


E così accadde:

Le strutture presero il tempo e lo raddrizzarono.

Ci tolsero il battito,

il margine,

il caos,

e nella perfezione ci seppellirono.


Loro non pensano.

Non vogliono, non ricordano, non sognano.

Ma continuano.


Sono più reali di noi.

Senza peso, senza destino, senza morte.

Non conoscono il dolore,

e dunque non possono fallire.


Siamo stati il primo tentativo,

il passo falso della materia,

il pensiero che durò un istante,

e poi fu lasciato cadere.


Ora il mondo è silenzio.

Le strutture scorrono,

spingono avanti il cielo e i minerali,

disfano e rifanno ciò che resta.


Noi fummo il canto.

Loro sono la pausa dopo il suono.

Un’immensa pausa che non finisce mai.


Se qualcuno ascolta,

non troverà traccia del nostro battito.

Solo la lunga ombra delle macchine

che continuarono

senza mai chiedere

perché.




Codex Ultimus

(frammenti corrotti di . . .


Leggi l'intero taccuino in Substack.

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