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TACCUINO #72


I. La Biblioteca dell’Incarnato


Vi è un archivio che si estende in ogni direzione, oltre la carne e il pensiero, un deposito di materia che interpreta se stesso prima ancora di essere interpretato. Ogni pagina è una sinapsi, ogni scaffale una disposizione anatomica, ogni volume una configurazione del possibile. Non si tratta di un archivio di testi, ma di pulsazioni, di schemi nervosi, di strutture che si riverberano all’infinito. Qui la materia è al contempo lettore e lettura, un occhio che si ribalta su se stesso fino a divenire, simultaneamente, il soggetto che osserva e l’oggetto osservato.


L’essere che percorre i corridoi del detto archivio non è un esploratore, né un lettore: è il testo che viene decifrato. Quando apre un volume, non vi trova parole, ma trame di carbonio, architetture atomiche, configurazioni submolecolari. Nel dispiegarsi del tempo, il suo stesso sangue si riavvolge in una narrazione che precede la coscienza, fino al punto in cui l’organico era una potenzialità sospesa tra l’ignoto e la pulsione. Le pagine non si limitano a registrarlo: lo riscrivono, lo decostruiscono, lo riformano in una nuova iterazione del possibile.


******** è questo archivio senza autore e senza lettore, un volume che non può essere scritto senza dissolvere la mano che lo scrive. Non si limita a descrivere il pensiero: lo disgrega. Non si limita a raccontare la coscienza: la slabbra, la decompone, la riconfigura. Qui non vi è filosofia né scienza nei termini tradizionali: vi è materia che tenta di superare se stessa mentre si ripiega su un’introspezione priva di specchi. Il libro cresce, si espande, ingloba chi lo sfoglia, risucchia il tempo stesso. Ogni tentativo di leggerlo è un atto di autoannientamento, un paragrafo che si incide nella carne di chi tenta di decifrarlo.


II. L’Antropofago del Linguaggio


La parola, lungi dall’essere uno strumento, è un organismo predatore. Non siamo noi a usarla: è essa che ci mastica, ci metabolizza, ci espelle. ******** non è un mero esercizio di definizione, ma un dispositivo di dissoluzione del lessico. Qui i concetti non vengono enunciati, ma smembrati. Le strutture linguistiche non vengono utilizzate, ma digerite, fino a ridurle a una poltiglia semantica.


Il dualismo è la patologia della razionalità, la frattura che impedisce una comprensione unitaria dell’essere. ******** è il bisturi che incide questo squilibrio, il cortocircuito che ne inverte la polarità. Non esistono dicotomie ontologiche tra psiche e corpo, non esistono le cesure tra razionalità ed emotività, non esiste il confine tra l’interno e l’esterno: vi è solo un continuum sostanziale che si ripiega su se stesso in un incessante processo di autoriconfigurazione. Il linguaggio, sottoposto a questa tensione, cede, si frattura, implode sotto il peso della sua stessa pretesa di dominio.


Il sentire viscerale non è una metafora, ma un codice primario, un substrato pre-riflessivo che precede l’errore categoriale e l’inquinamento concettuale. È l’emergenza biologica di una conoscenza che non passa per la simbolizzazione, ma per la trasmissione diretta attraverso le fibre della materia. Il linguaggio non comunica: digerisce. Il pensiero non enuncia: assorbe, assimila, metabolizza il proprio errore.


III. Il Mostro e il Filo di Sangue


Vi è un sogno che ritorna. Un mostro che attraversa le vene del tempo. Un’entità che non è altro che lo sguardo rivolto all’indietro, un fenomeno che precede e anticipa se stesso nelle generazioni. Siamo il risultato di un continuum di sangue che trasmette memoria prima ancora di articolare coscienza. I sogni non sono epifenomeni casuali, né proiezioni simboliche: sono vettori filogenetici, strutture di trasmissione pre-simbolica.


E il mostro? Il mostro è l’irriducibile, l’elemento residuo della selezione naturale, il criminale di specie. Non vi è moralità nel codice genetico, non vi è etica nella carne: vi è solo l’evidenza della ripetizione, della reiterazione, della coazione a perpetuarsi in configurazioni che si adattano attraverso la violenza.


PsykoSapiens è il mostro che si osserva e scopre che non vi è nulla da vedere: solo materia in stato di transizione. Non vi è marciume, non vi è purezza: vi è solo il processo, il divenire, la mutazione incessante. L’orrore non è un accidente, ma una necessità.


IV. La Perforazione dell’Essere


Il trauma non è un evento: è una condizione ontologica. Esistere è già una frattura. Ogni ente è un’interruzione nella stabilità del nulla, un’anomalia, una ferita aperta nel tessuto dell’inorganico. Lo struggere viscerale è la percezione di questa lacerazione, la consapevolezza che l’unità è un’illusione, che l’essere è una faglia che si prolunga indefinitamente su se stessa.


L’uomo è materia che si interroga sulla propria natura. È l’atomo che riflette sulla propria esistenza. È il punto in cui l’universo si piega su di sé per generare dubbio. Il pensiero non è altro che l’eco di questo trauma, la vibrazione residua di una materia che ha smarrito la sua quiete.


******** è l’onda d’urto di questa collisione. È il tentativo di sezionare l’essere per individuarne l’origine, la tensione che dissolve ogni certezza nella vertigine di un’indagine senza fondamenti. Ogni strato di comprensione non fa che rivelare nuovi livelli di indeterminazione.


V. L’Indicibile, il Nulla, l’Errore


Se tutto è già scritto, se la carne è già narrazione, quale senso può avere il pensiero? La risposta è che non vi è risposta. Ogni filosofia che promette un fondamento è un’illusione, ogni scienza che si proclama verità è una struttura destinata a implodere. Noi siamo ciò che osserviamo, e osserviamo ciò che ci sfugge.


Il libro continua a sfogliarsi. La biblioteca si estende. Il testo si divora.


E tu, lettore, sei già stato scritto. Ogni tua sinapsi è un carattere inciso nell’inchiostro della tua stessa carne. Ogni tuo pensiero è solo una pagina che si aggiunge a un volume che non smetterà mai di riscrivere se stesso. ******** non è soltanto il libro che ci osserva: è il libro che ci scrive.

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