TACCUINO #76
Esergo:
«A me pare che in questo “periodo storico” molti parlino di estinzione della specie (intendendo la cosiddetta umana), forse un ennesimo ciclo che si ripete per dimostrare le insofferenze alla vita e confermare le solite “sofferenze” tradotte in lamentele deboli. Uomo? Sempre e (forse) da “sempre” il parassita di uno spazio che desidera sedurre il bisogno di volontà, espresso massimamente in dominio e sopruso: potere è colui che “schiaccia la testa del serpente”, per così scrivere. E certo, quella potenza non dovrebbe e non deve emergere, giacché è sempre stata "forza". Leader di stati come Achilléus? Davvero? Da pievelóce alla contemporanea velocità imperante? Da piè rapido alla rapidità di cambiamento relazionale? 5G? A quale velocità viaggiano i nostri cervelli? Quanto sono rapidi chiacchiericci, stupidaggini e stupidi? Rappresentazioni di simulacri, idola! Inautentico boia. Deve sopravvivere la debolezza degli esseri fragili, vili, stolti, mancanti, piccoli, dannosi. Piccolo frammento di carbonio, forse trasportato da meteoroidi, inutile alla vita giacché morto, partecipante della morte, esistentivo che crede, si fida e qualcosa fa, ma non vede. Tutti vogliono essere Napoleone?».
I. L'Autopoiesi dell'Errore: L'Uomo come Aberrazione della Materia
L’uomo rappresenta un’anomalia nel processo entropico universale, un vettore di discontinuità all’interno della fluidità cosmica che si auto-percepisce come necessaria. Si insinua nel tessuto del reale come un vettore di disequilibrio, un agente che crede di trascendere la propria contingenza attraverso la narrazione e la manipolazione concettuale. Se ogni organismo è un fenomeno emergente della termodinamica, l’uomo par sia l'essere che si attribuisce un mandato ontologico inesistente, quando semplicemente non ha gli strumenti per concepire il problema.
«Meraviglia del creato?».
Le specie precedenti hanno accettato il loro annientamento senza sviluppare il feticismo dell’autocommiserazione. Nessun'ammonite ha lasciato scritti sulla propria scomparsa. L'uomo morto, l'uomo liquido, invece, tentano disperatamente di testimoniarsi, di procrastinare la propria dissoluzione attraverso artefatti culturali, come se il simbolico potesse sfidare l’irreversibilità dell’entropia. Il suo problema non è la fine, ma la necessità di spettacolarizzarla, di attribuirle una scenografia che legittimi la sua paura e giustifichi la sua vanità. L’uomo crede di aver vinto quando schiaccia la testa del serpente, ma il serpente non muore: si svuota della sua pelle e continua a scorrere, mentre l’uomo si illude di averlo fermato.
«È stata un’ottima trasmissione televisiva, devo dirlo. Gloria».