Bestie
- PsykoSapiens
- 1 mar
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 12 mar
TACCUINO #68
Si sazian come bestie e mentre lo fanno pensano di saziarsi come bestie.
E nel pensarlo, si conferman bestie due volte: una nella materia, l’altra nell’illusione di averla superata.
I più non vivono e vanno a pensar di vivere.
«A me la vita è male». Soleva metter fuoco nero su fuoco bianco il tale.
Quindi, due scuole diverse? Forse nell'etichetta, ma nel nucleo profondo, non poi così distanti.
Contrapposizioni. Ecco lo stoicismo, ed ecco l'epicureismo. Si divide spesso perché tutto è ingigantito da tradizione, ma se si scava oltre, e prima, nella sostanza, emergono sorprendenti affinità. Si posson dipinger come opposti? Stoici, guidati dalla ragione e dal dominio delle passioni. Ma noi siam epicurei! Orientati al piacere e alla fuga dal dolore. Sei questo? Siete questo?
Ma questa è una semplificazione.
Entrambi, infatti, mirate alla liberazione dal turbamento, la vostra atarassia, e a una forma di autosufficienza esistenziale, la vostra autarchia. Entrambi vedete la realtà come governata da leggi naturali, rifiutando le superstizioni e il timore degli dèi, e cercando una vita condotta secondo natura. La differenza è più metodologica che teleologica: voi stoici accettate il dolore come parte della razionalità cosmica, mentre voi epicurei lo evitate, ritenendo che il piacere stabile - la vostra aponia, l'assenza di dolore - sia la condizione ottimale dell’essere.
Ma se si guarda oltre le etichette, gli uni e gli altri affermate che l’uomo deve spezzare il dominio delle passioni, vincere la paura della morte e vivere secondo una comprensione razionale della realtà. Entrambi costruite una fortezza interiore contro l’insensatezza del mondo. Il tal Leopardi stava inseguendo il cammin tracciato, già decostruendo ogni illusione sulla felicità, e qui voi stoici e voi epicurei vi incontrate ancora: se l’esistenza è dolore, allora la saggezza sta nel comprendere il limite e ridurre la sofferenza.
Dite, avete compreso il limite?
Come dite? Oggi? Oggi stoici e epicurei sono il modello di soldato della finanza? Il guru dell'economia? Il manager che nuota in vasca alle ore 06:00, spera tutto vada bene giacché se il titolo crolla è male, e finalmente può concedersi il lusso del suo spazio privato di stabilità dalle 18:00 perché: «È grazie alla disponibilità di sostanze psicoattive che non crollo! Come sono fortunato!».
Ma tu sei stoico!
Lo sei?
D'accordo.
E che dir de Homo sum, humani nihil a me alienum puto, che s'inquina della tradotta forma di solidarietà universale, un richiamo all’empatia e alla comprensione del comune destino umano?
Se si adotta una lente più critica e filosofica, emerge che l'universalità del pensiero umano non può essere vincolata al semplice concetto di empatia o comprensione delle debolezze. L’interpretazione classica, pur lodevole per il suo intento di superare i confini della separazione, assume una visione moralistica che potrebbe risultare riduttiva.
Se pensiamo alla connessione tra "essere umano" e "umano", è evidente che essa fondi anche sulla sofferenza e la condizione di vulnerabilità, ma questi concetti possono facilmente tramutarsi in strumentalizzazioni che, più che unire, rafforzano le dicotomie. Il legame interspecie, ad esempio, non è privo di tensioni: l'umanità non si limita a condividere il dolore, ma si confronta con la propria superbia, con l'auto-imposizione di gerarchie e il rifiuto del non-essere.
Il "narcisista", il "non ente", o il "mostro" non fanno parte di un processo di esclusione di tale solidarietà. In realtà, essi rappresentano figure che forse, in modo perturbante, rivelano un aspetto crudo della condizione umana, al di là della consueta estetica morale. L'autosufficienza narcisistica, il non-essere e il mostruoso possono essere visti come risposte a una società che nega l’ambiguità esistenziale, quella che va oltre la semplice "comprensione" di debolezze o la ricerca di legami.
Così la nostra carnefice non vive. Il suo espiro è mera apparenza. Così i più non vivono questa maschera che chiaman vita.
La vita fa schifo, e poi si muore. Il tempo? Il tempo, più che breve.
«Ecco perchè è categorico assaporare ogni istante! Sentirlo dentro, concretizzarlo, aderire al reale. Ecco perchè il panorama della nana bianca, dell'amoeba che si separa negandosi non può per mancanza di essere, mancanza di vita, ricchezza di debolezza e aberrazione genetica, partecipazione di idola, svilimento del sangue, putrefazione del mortal respiro!».
La riflessione, quindi, suggerisce che l’umano non è il mero punto di unione nella sofferenza, ma un incrocio di mille potenzialità, contraddizioni e anacronismi, un flusso che attraversa una gamma complessa di relazioni. L’affermazione del tal Terenzio, pur nella sua bellezza, necessita di un aggiornamento che trascenda la retorica della solidarietà, per abbracciare l’inconscio e l’ambiguità di ciò che si è nel suo insieme, inclusi i "mostri" che per taluni non sono da disprezzare, ma da comprendere.
Psicologia? Psicologi? Criminologia, criminologi? Funzionari di stato corrotti? Parole? Frasi? Azioni, più di mille parole. Falsi! Ipocriti!
Le parole non esistono.
L'"alieno" non è solo ciò che è diverso, ma ciò che è pericolosamente estraneo alla natura autentica dell’essere, come un lato oscuro che minaccia di contaminare l'integrità stessa di ciò che percepiamo come "umano". Homo sum, humani nihil a me alienum puto, pur suggerendo una connessione universale, non contempla la necessità di difendersi da ciò che può danneggiare, distorcere o pervertire. I "mostri" non sono solo rappresentazioni estetiche di violenza o crudeltà, ma incarnazioni di ciò che, nel profondo, l’essere umano rifiuta e teme di diventare (?).
Disprezzare il mostro, in questa luce, diventa un atto necessario di preservazione, una forma di "autodifesa" viscerale, una reazione alla minaccia che questo aspetto della natura, tra le differenti nature per linea di sangue, possono rappresentare per la nostra essenza più pura. L’inquietudine che i mostri suscitano è legata a un meccanismo istintivo che ci spinge a mettere in guardia la nostra psiche, allontanandoci dalle radici più oscure del nostro essere. Se l’inconscio custodisce questi mostri, il disprezzo diventa una forma di protezione dalla corruzione di ciò che potrebbe minare la nostra autenticità, il nostro "sentire viscerale".
L’idea di "cacciare" il mostro, di rifiutarlo, è un atto di ripulitura interiore. Si tratta di tenere a bada quella parte che potrebbe corrompere la nostra continuità, come un virus che minaccia di alterare il corpo stesso della nostra percezione. La memoria non è soltanto un archivio di esperienze, ma un meccanismo di protezione che, pur riconoscendo la nostra natura "mostruosa" (ma, se volete, partecipante de la "meraviglia"), non cede a essa, ma la rinnega come parte di noi stessi.
Ci siam permessi "meraviglia" in luogo di "mostruosa" a beneficio di quei tali che leggendo (volendo sostituire) apprezzeranno quel che muta e non muta con più grazia: lo stesso suono sordo de l'abissal significato che indossa maschera. Ma facciam così melodiar in superficie una più dolce aria. Ah! Che bello!